La Dichiarazione di Haifa
Traduzione di Gabriella Cecilia Gallia
Introduzione
Una parola dal Comitato Esecutivo
Più di cinquant’anni dopo la Nakba Palestinese del 1948, un gruppo di intellettuali, docenti universitari e attivisti di diversi campi e orientamenti politici si sono assunti l’impegno di redigere una dichiarazione condivisa, della visione collettiva che i cittadini Palestinesi in Israele esprimono rispetto a se stessi. La dichiarazione, conosciuta come “Dichiarazione di Haifa” è un progetto iniziato nel 2002 sotto gli auspici del Mada al-Carmel – Centro Arabo per le Ricerche Sociali Applicate di Haifa. Il progetto ha cercato di creare un forum per i cittadini Arabi Palestinesi con una base sociale e politica il più ampia possibile, un forum in cui noi potessimo andare oltre i confini del potere politico e le limitazioni imposte dalle analisi dei partiti politici per discutere liberamente la nostra visione del passato, presente e futuro, in particolare, il nostro futuro comune e il nostro status nella nostra patria, le più grandi sfide che la nostra società si trova di fronte, la nostra relazione con il nostro popolo, la nostra nazione e lo stato di Israele. Il progetto ha riunito persone con una vasta gamma di punti di vista. La Dichiarazione di Haifa è il prodotto di innumerevoli discussioni e di attente riflessioni sia all’interno che all’esterno del gruppo, nel corso di diversi anni.
L’Assemblea Generale, che comprendeva tutti membri del gruppo, si è incontrata in seduta plenaria circa una dozzina di volte. Qualche volta abbiamo invitato oratori esterni, compresi membri dei partiti Arabi della Knesset. L’Assemblea Plenaria ha stabilito quattro gruppi di lavoro concentrati su:- problemi sociali interni
- relazione tra i cittadini Palestinesi di Israele e lo stato di Israele
- relazione con il nostro popolo Palestinese e con la nazione Araba
- la nostra identità nazionale
I gruppi di lavoro si sono incontrati ripetutamente, hanno organizzato tavole rotonde e seminari, discusso problemi controversi e portato le loro bozze di discussione all’Assemblea Generale. L’Assemblea Generale ha discusso le bozze diverse volte prima di sottoporle ad un comitato di redazione che era composto dai membri del Comitato Esecutivo del progetto, dai quattro facilitatori dei gruppi e da un membro aggiuntivo che aiutava ad elaborare il linguaggio. L’Assemblea Generale ha discusso numerose versioni della bozza finché si è accordata sulla versione finale. Abbiamo stabilito fin dall’inizio che lo scopo del nostro sforzo non era solo ottenere un documento ma anche rendere possibile un dibattito aperto e pubblico tra di noi come comunità, tra di noi e lo Stato e i cittadini Ebrei, sulla nostra visione del nostro posto e il nostro status nella nostra patria. Siamo orgogliosi che il progetto della “Dichiarazione di Haifa” abbia già ottenuto molti dei suoi scopi, e speriamo che il processo iniziato con il lancio del progetto della “Dichiarazione di Haifa” pochi anni fa e le numerose attività che Mada al-Carmel ha organizzato attorno ad esso abbiano contribuito ai vari sforzi che sono emersi per discutere questi ed altri argomenti correlati.
Oltre alla Dichiarazione di Haifa sono stati recentemente pubblicati due documenti ad essa correlati: la Visione Futura, che è stato sviluppato sotto gli auspici del Comitato dei Sindaci Arabi in Israele, e la Costituzione Democratica che è stata sviluppata da Adalah – il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele. [I due documenti citati saranno presto pubblicati da Hawiyya unitamente ad un terzo: “Una Costituzione uguale per tutti” a cura del Mosawa Center]
Vediamo la pubblicazione dei tre documenti, complementari tra di loro, come un indicatore forte del fatto che la comunità si trova al livello di articolare chiaramente la sua visione collettiva e di proclamarla a gran voce.
Aspiriamo a che la Dichiarazione di Haifa, la Visione Futura e la Costituzione Democratica servano come testo fondante per le istituzioni e i membri della minoranza Palestinese nel loro sforzo di affermare la propria identità nazionale, i diritti nazionali e i propri diritti ad una cittadinanza eguale e democratica. Aspiriamo anche che la Dichiarazione possa stimolare un dialogo democratico, aperto e costruttivo all’interno della nostra società e con la società Ebraico-Israeliana, tale da poterci rendere capaci di lavorare insieme verso la costruzione di un futuro migliore tra i nostri popoli.
Questo, crediamo, potrebbe contenere il fondamento per creare una società basata sulla giustizia e l’uguaglianza per tutti i cittadini e gli abitanti dello stato di Israele.
Il professor Nadim N. Rouhana, Direttore Generale di Mada al-Carmel, l’avvocato Hassan Jabareen, e il professor Ramzi Suleiman hanno iniziato questo progetto. Essi hanno costituito il Comitato Esecutivo che ha guidato il progetto. Il professor Muhammad M. Haj-Yahia e il dr. Nadera Shalhoub-Kevorkian si sono uniti al Comitato esecutivo nel 2006. Siamo grati all’Assemblea Generale dei membri, ai coordinatori del progetto ed ai facilitatori dei diversi gruppi di lavoro, i cui nomi sono elencati in fondo alla Dichiarazione, per il loro enorme sforzo nel concludere con successo questo progetto. Siamo anche grati a tutto lo staff di Mada e alle molte altre persone che si sono aggiunte per contribuire in vario modo al successo di questo sforzo.
Per le informazioni su conferenze, seminari, incontri e relative pubblicazioni e per l’elenco delle altre persone che sostengono questa Dichiarazione, per favore consultate il sito di Mada all’indirizzo: www.mada-research.org.
Professor Nadim N. Rouhana
Avvocato Hassan Jabareen
Professor Ramzi Suleiman
Professor Muhammad M. Haj-Yahia
Dr. Nadera Shalhoub-Kevorkian
La Dichiarazione di Haifa
Noi, figlie e figli del popolo Arabo Palestinese, che siamo rimasti nella nostra patria nonostante la Nakba, che con la forza siamo stati ridotti a minoranza nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione su gran parte della patria Palestinese, nel 1948; qui, con questa Dichiarazione facciamo affermazione dei fondamenti della nostra identità ed appartenenza, e rendiamo pubblica una visione del nostro futuro collettivo, che dà voce alle nostre preoccupazioni e alle nostre aspirazioni, e getta le basi per un dialogo franco tra di noi e tra noi e gli altri popoli.
In questa Dichiarazione, esponiamo anche la nostra lettura della nostra storia, così come la nostra concezione di cittadinanza e le nostre relazioni con le altre componenti del popolo Palestinese, con la nazione Araba e con lo Stato di Israele.
Inoltre presentiamo la nostra idea finalizzata ad ottenere una vita dignitosa nella nostra patria e costruire una società democratica fondata su giustizia, libertà, uguaglianza e mutuo rispetto tra Arabi Palestinesi ed Ebrei Israeliani. Rendiamo pubblica anche la nostra concezione delle precondizioni per una riconciliazione storica tra il popolo Palestinese e il popolo Ebraico Israeliano, e del futuro a cui aspiriamo per quanto riguarda le relazioni tra i due popoli.
La nostra identità nazionale è radicata nei valori umani e nella civiltà, nella lingua e nella cultura Araba, e nella memoria collettiva che deriva dalla nostra storia Palestinese e Araba e dalla civiltà Araba e Islamica.
È una identità che cresce ancora più solida nell’attiva e continua interazione con questi valori. È nutrita continuamente dalla nostra ininterrotta relazione con la nostra terra e madrepatria, dall’esperienza della nostra lotta costante e crescente per affermare il nostro diritto a rimanere nella nostra terra e madrepatria e a salvaguardare entrambi, e dal nostro continuo e ininterrotto legame con gli altre figlie e figli del popolo Palestinese e della nazione Araba.
Nonostante la battuta d’arresto del nostro progetto nazionale e il nostro relativo isolamento dal resto del nostro popolo Palestinese e della nazione Araba iniziato con la Nakba; nonostante tutti i tentativi di mantenerci nell’ignoranza della nostra storia Palestinese e Araba; nonostante i tentativi di frammentarci in gruppi settari e di ridurre la nostra identità a quella informe di “Arabi Israeliani”, noi non abbiamo risparmiato nessuno sforzo per preservare la nostra identità Palestinese e la nostra dignità nazionale e per rafforzarle.
A questo proposito, riaffermiamo il nostro attaccamento alla nostra madrepatria Palestinese e al nostro popolo, e alla nostra nazione Araba, con la sua lingua, la sua cultura, così come riaffermiamo anche il nostro diritto a rimanere nella nostra madrepatria e a proteggerla.
Le nostre strette affinità con il resto del popolo Palestinese e con la nazione Araba sono in sostanza una forma di legame con noi stessi. Sono il nostro spazio naturale, di cui siamo stati privati a seguito della Nakba, e questo legame è l’incarnazione del Sé intero. E’ un bisogno umano e un diritto naturale ed universale degli individui e dei gruppi, che non può essere limitato dall’esistenza di accordi politici tra gli Stati. E’ anche gelosamente custodito nelle convenzioni internazionali sui diritti umani.
Ci battiamo per dare consistenza alle nostre parentele Palestinesi e Arabe a tutti i livelli, inclusi i contatti tra membri della famiglia, parenti ed amici, così come contatti liberi e continuati con centri culturali e intellettuali nel mondo Arabo. Aspiriamo ad approfondire ed espandere questi contatti a livello politico, economico ed istituzionale.
Guardiamo con orgoglio alle molte luminose pietre miliari attraversate nel nostro viaggio collettivo, che sono servite a rafforzare la nostra identità. Noi apprezziamo il ruolo dell’incessante attivismo politico, civile e culturale che ha lo scopo di mantenerci strettamente connessi con al nostra terra e madrepatria e proteggere e consolidare tutti gli elementi della nostra identità nazionale.
Guardiamo con orgoglio anche alla resistenza al regime militare, messa in atto dal nostro popolo e dalla sua dirigenza nazionale, alla creatività del nostro popolo che si è espressa negli ambiti del pensiero e della cultura, che ha contribuito alla salvaguardia e all’arricchimento della nostra identità. Ammiriamo moltissimo quello che è stato creato in termini di illustri feste nazionali, le più importanti delle quali sono il Giorno della Terra nel marzo del 1976 e il Giorno di Gerusalemme e di Al-Aqsa nell’ottobre 2000, così come i punti di riferimento storici sul cammino della auto-organizzazione, di cui i più significativi sono la Fondazione del Alto Comitato di Controllo per i cittadini Arabi di Israele, il Comitato per la Difesa della Terra, e i Sindacati e Comitati degli Studenti arabi.
Come società, come individui, come organizzazioni attive ci facciamo carico della nostra responsabilità e dei nostri problemi sociali. La nostra società è stata, e in larga misura rimane ancora, soggetta a strutture sociali, familiari, settarie e locali che limitano le libertà individuali. Rispettiamo i legami familiari, così come i diritti individuali alla libertà di culto, fede e credo, a condizione che nessun credo o appartenenza sia utilizzato per intaccare le libertà, la dignità e i diritti individuali.
Respingiamo il fervore settario e tutte le forme di pregiudizio, che a volte raggiungono l’estremo della violenza fisica e che ostacolano le possibilità di una più ampia solidarietà sociale e la costruzione di una identità nazionale. L’adesione a queste strutture sociali insieme con i pregiudizi così generati, ha reso più facile ai governi israeliani l’utilizzare le divisioni e le tensioni all’interno della nostra società per assoggettare il nostro popolo attraverso numerosi mezzi. Così questi governi hanno cercato di staccare dei gruppi dalla nostra comunità, con una politica del “divide et impera” che ha rafforzato al nostro interno, un discorso di fanatismo settario, tribale, familiare e regionale. Inoltre Israele ha imposto il servizio militare obbligatorio alla gioventù Drusa del nostro popolo, e ha cercato di arruolare altri giovani Arabi approfittando di tensioni occasionali tra settori della nostra società, e perseguendo politiche di adescamento attraverso l’offerta di benefici individuali. Israele ha anche nominato e sostenuto leader Arabi fedeli a queste politiche e si è sforzato di creare una società Araba sottomessa, indifferente suo stesso bene collettivo, per impedirne progresso politico, culturale ed economico.
La nostra società deve rafforzare il suo rifiuto di tutti questi fenomeni, e deve sviluppare modi per resistervi. Deve anche mettere in campo un ordine del giorno politico e sociale che sottolinei l’identità umana e nazionale, ristabilisca il rispetto per il valore dell’azione politica nazionalista, stabilisca come propria meta la costruzione di una autorità politica credibile e lotti per sviluppare le istituzioni e l’economia della nostra società. Riunirsi e sostenere questo ordine del giorno politico e sociale, garantirà il sorgere di una consapevolezza alternativa e di una cultura diversa, con la capacità di cambiare le strutture sociali dominanti e stabilire standard morali a guida dell’azione collettiva, e controllare le relazioni tra i partiti nazionali e le istituzioni civili e comunitarie nella nostra società.
Nonostante il progresso conseguito dallo status delle donne e la crescita in consapevolezza del sostegno popolare e femminista all’uguaglianza delle donne, nella nostra società la maggior parte delle donne - in particolare le donne economicamente svantaggiate – sono ancora soggette ad una oppressione dai molti aspetti: di classe, nazionale, sociale e di genere.
E’ nostro compito tentare di porre fine alla marginalizzazione delle donne e alla discriminazione contro di loro nella sfera pubblica e privata in vari campi, i più importanti dei quali sono il lavoro e l’istruzione, e opporci al tentativo di negare loro il diritto al controllo totale sulle loro vite. Dobbiamo anche respingere tutte le forme di violenza, abuso e sfruttamento su molte di loro, che di tanto in tanto arrivano all’assassinio in nome di ciò che è noto come “onore della famiglia”. È nostro compito sforzarci di porre fine a tutte le forme di discriminazione contro le donne e di proteggere i loro diritti sulla base dei principi di uguaglianza, giustizia e assistenza.
Nella nostra società, tuttavia, la discriminazione e l’oppressione non sono limitate alle donne ma affliggono anche gli anziani e i bambini e i portatori di bisogni particolari. Questi gruppi soffrono della marginalizzazione sociale, e della violazione del loro status, diritti e dignità; ciò necessita la difesa dei loro diritti e dei diritti di tutti i gruppi sociali che sono vittime di discriminazioni. Quindi noi chiediamo la formulazione di un piano nazionale, progressista e democratico per costruire una società basata sulla solidarietà sociale tra tutti i suoi membri, che rispetti la libertà degli individui e il loro (di uomini e donne) diritto a dissentire e a non essere d’accordo, e che sia basata sui principi di giustizia, uguaglianza e pluralismo.
La nostra presenza sulla terra della nostra patria è la continuazione di un rinnovamento storico perpetuo che ha accompagnato le epoche e gli eventi che l’Oriente Arabo ha conosciuto durante la sua prosperità e il suo declino, il suo risveglio, la sua liberazione, la sua resistenza alle invasioni, all’occupazione e al colonialismo. Verso la fine del diciannovesimo secolo il movimento Sionista diede inizio al suo progetto di insediamenti coloniali in Palestina. In seguito, di concerto con l’imperialismo mondiale e con la connivenza di poteri arabi reazionari riuscì a portare a termine il suo progetto, che aveva lo scopo di occupare la nostra patria e trasformarla in uno stato per gli Ebrei. Nel 1948, l’anno della Nakba del popolo Palestinese, il movimento Sionista commise dei massacri contro il nostro popolo e trasformò la maggior parte di noi in rifugiati; cancellò completamente centinaia di nostri villaggi e cacciò via dalle nostre città la maggior parte degli abitanti. Più tardi lo Stato di Israele impedì il ritorno dei rifugiati Palestinesi nella loro patria nel disprezzo della Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e delle successive risoluzioni delle Nazioni Unite allo stesso riguardo. Sebbene siamo stati fatti cittadini dello Stato di Israele, nondimeno, dopo il suo insediamento questo Stato ha continuato a perseguire le operazioni di sradicamento e di evacuazione, con il risultato che molti di noi sono stati forzati a lasciare le proprie città e villaggi diventando rifugiati nella propria patria. Contro di noi, Israele ha perseguito politiche di repressione che a volte hanno raggiunto il livello dell’assassinio, come nel caso del massacro di Kufr Qassem nell’ottobre 1956. Ci ha imposto un regime militare che è rimasto in vigore fino la 1966. Ha impedito il ritorno dei rifugiati interni (le persone cacciate con la forza e rimaste all’interno del Paese) alle loro città e villaggi, e fino ad oggi rifiuta di riconoscere dozzine di villaggi Arabi nel Naqab [il Negev], dove segue politiche di espropriazione della terra. Lo Stato di Israele ha legalizzato un Paese razzista, le leggi sull’immigrazione e sulla cittadinanza, e altre leggi che hanno permesso la confisca della nostra terra e delle proprietà dei rifugiati e la ricollocazione interna forzata delle persone. Israele inoltre ha cercato di distorcere l’identità delle nostre figlie e dei nostri figli attraverso percorsi educativi che hanno lo scopo di istruirli secondo la narrativa Sionista, lasciandoli nell’ignoranza rispetto alla loro narrativa nazionale. Ha diffuso un’atmosfera di paura nel sistema scolastico arabo che è controllato dai servizi di sicurezza. Lo Stato ha esercitato contro di noi la discriminazione istituzionalizzata in diversi campi, la casa, il lavoro, l’istruzione, lo sviluppo e lo stanziamento di risorse.
Nel 1967, Israele ha occupato la Striscia di Gaza e la West Bank compresa Gerusalemme Est, oltre a territori Egiziani e Siriani. Nel corso dell’occupazione dei territori Palestinesi, che dura fino ad oggi - costituendo uno dei periodi di occupazione più lunghi dalla Seconda Guerra Mondiale - Israele ha portato avanti politiche di sottomissione e di oppressione che superano quelle del regime dell’apartheid del Sud Africa. Nei Territori Occupati, Israele ha perpetrato crimini di guerra contro i Palestinesi, uccidendone e cacciandone migliaia, assassinando i leader, imprigionandone decine di migliaia – molti con ordini di detenzione militare o amministrativa – infliggendo torture fisiche e psicologiche e abbattendo migliaia di case. Violando le Leggi Umanitarie Internazionali, Israele ha anche impiegato una politica di punizioni collettive come l’assedio militare e il coprifuoco imposto su città piccole e grandi. Ha frammentato i Territori Occupati costruendo centinaia di barriere e imponendo restrizioni alla libertà di movimento tra le città, i villaggi e i campi profughi Palestinesi. Inoltre ha confiscato terre, sradicato alberi, distrutto frutteti, separato famiglie, promulgato leggi militari razziste che impediscono la riunificazione familiare e negano il diritto di vivere nella propria città ai residenti della Gerusalemme Araba Occupata. Israele ha anche sfruttato le risorse Palestinesi pubbliche e private, come la terra e l’acqua, per costruire insediamenti e strade per l’esclusivo uso dei coloni Israeliani. Ha eretto il Muro di Separazione razzista, che ha diviso villaggi e separato famiglie nella West Bank e a Gerusalemme. Queste politiche e queste azioni nei Territori Occupati danneggiano la vita e la dignità di ogni Palestinese e violano gravemente la libertà e i diritti fondamentali di ogni donna e ogni uomo.
La nostra cittadinanza e le nostre relazioni con lo stato di Israele sono in larga misura definiti da un evento fondante, la Nakba, che è accaduto agli Arabi Palestinesi nel 1948 come risultato della creazione dello stato di Israele. Questo è stato un evento attraverso il quale noi - chi è rimasto degli abitanti originari della nostra madrepatria – siamo stati resi cittadini senza i veri elementi costitutivi della cittadinanza, in particolare l’uguaglianza. Dato che siamo una minoranza nella patria il cui popolo e stato cacciato dalla terra natia, e che ha sofferto un’ingiustizia storica, il principio dell’uguaglianza – fondamento della cittadinanza democratica – deve essere basato sulla giustizia e sulla riparazione degli errori, e sul riconoscimento della nostra narrativa e della nostra storia in questa patria. Questa cittadinanza democratica che noi chiediamo è il solo accordo che garantisce l’uguaglianza individuale e collettiva ai Palestinesi in Israele.
Crediamo che le politiche che ci chiedono di prestare “servizio civile” e i passi che potrebbero condurre ad un nostro coinvolgimento nel militarismo israeliano e nella distribuzione del bottino di guerra sono incompatibili nel nostro caso con il principio di uguaglianza, perché alterano la nostra identità e non rispettano le ingiustizie storiche.
Guardiamo ad un futuro in cui si possa raggiungere una riconciliazione storica tra il popolo Ebraico Israeliano e il popolo Arabo Palestinese. Questa riconciliazione richiede che lo Stato di Israele riconosca l’ingiustizia storica che ha commesso contro il popolo Palestinese attraverso la propria costituzione, accetti la responsabilità della Nakba, che si è abbattuta su tutte le parti del popolo Palestinese e anche dei crimini di guerra e dei crimini dell’occupazione che ha commesso nei Territori Occupati. La riconciliazione richiede anche di riconoscere il Diritto al Ritorno e di agire per attuarlo secondo la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite, di porre fine all’Occupazione e rimuovere gli insediamenti da tutti i territori Arabi occupati dal 1967, riconoscendo al popolo Palestinese il diritto all’autodeterminazione, ad uno Stato indipendente e sovrano, e riconoscendo i diritti dei Palestinesi cittadini di Israele, che derivano dall’essere una minoranza nella propria patria.
Quindi, tale riconciliazione storica tra i due popoli, deve essere parte di un ampio cambiamento della politica israeliana, per mezzo del quale Israele abbandoni il suo ruolo distruttivo rispetto ai popoli della regione, in particolare nel contesto di una politica egemonica degli Stati Uniti che sostiene certi regimi Arabi nell’opprimere i propri cittadini, spogliandoli delle loro risorse, ostacolando il loro sviluppo ed ostacolando il processo democratico nel mondo arabo.
Questa riconciliazione storica richiede anche a noi, Palestinesi e Arabi, di riconoscere al popolo Ebraico Israeliano il diritto all’autodeterminazione e ad una vita in pace, dignità e sicurezza con i Palestinesi e gli altri popoli della regione. Siamo consapevoli della tragica storia degli Ebrei in Europa, che ha raggiunto il suo apice in uno dei più terrificanti crimini dell’umanità, nell’Olocausto perpetrato dai Nazisti contro gli Ebrei, e siamo totalmente consapevoli delle tragedie che i sopravvissuti hanno attraversato. Siamo empatici con le vittime dell’Olocausto, coloro che sono periti e coloro che sono sopravvissuti.
Crediamo che utilizzare questa tragedia e le sue conseguenze al fine di legittimare il diritto degli Ebrei a stabilire uno Stato a spese del popolo Palestinese serva a sminuire la lezione universale, morale ed umana che deve essere appresa da questo evento catastrofico, che riguarda l’umanità intera.
La nostra visione delle future relazioni tra gli Arabi Palestinesi e gli Ebrei Israeliani in questo Paese è creare uno stato democratico fondato sull’uguaglianza tra i due gruppi nazionali. Questa soluzione garantirebbe i diritti dei due gruppi in una maniera giusta ed equa. Questo richiederebbe un cambiamento nella struttura costituzionale dello Stato di Israele da stato Ebraico a stato democratico basato sull’uguaglianza nazionale e civile tra due gruppi nazionali e custodendo gelosamente i principi per bandire la discriminazione e di stabilire uguaglianza tra tutti i cittadini e residenti. In pratica questo significa abolire tutte le leggi che discriminano direttamente o indirettamente sulla base di nazionalità, etnia o religione – prime e più importanti le leggi sull’immigrazione e sulla cittadinanza – e stabilire leggi radicate nei principi di giustizia ed uguaglianza. Significa anche applicare l’uguaglianza tra le lingue Araba ed Ebraica come due lingue ufficiali che godono di eguale status nel Paese, assicurando il principio del multiculturalismo per tutti i gruppi, garantendo l’effettiva partecipazione della minoranza Palestinese al governo e nelle decisioni, tutelando i cittadini Palestinesi in Israele con il diritto di veto su tutti gli argomenti concernenti il loro status e i loro diritti, garantendo il loro diritto all’autonomia culturale che comprende il diritto a sviluppare politiche a proprio favore e ad amministrare i propri affari culturali e l’istruzione; distribuendo le risorse secondo i principi di giustizia distributiva e riparatrice. Sono questi i principi che possono salvaguardare il nostro diritto all’autodeterminazione come minoranza nella nostra patria.
Noi abbiamo fiducia che un simile Stato democratico, responsabilità di tutti i cittadini residenti – Ebrei, Arabi ed altri – crescerebbe, mentre tutti loro lottano per costruire una società democratica e multiculturale, che abolisca tutte le forme di discriminazione, salvaguardi la libertà e i diritti degli individui, garantisca i diritti sociali ed economici – specialmente i diritti all’istruzione, alla salute e allo stato sociale, e i diritti dei lavoratori – per tutti.
Crediamo fermamente che il soddisfacimento di tutte le condizioni per una riconciliazione tra i due popoli, gli Ebrei Israeliani e gli Arabi Palestinesi, che richiede il riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla realizzazione dei diritti dei Palestinesi in Israele come minoranza in patria, creerà le circostanze politiche che consentiranno la nascita di fiducia, cooperazione e rispetto reciproco tra due Stati indipendenti e democratici: lo Stato di Palestina e lo Stato di Israele. Noi speriamo inoltre che ciò aprirà nuovi orizzonti in cui verranno conclusi accordi e trattati in campo economico, scientifico e culturale che garantiscano la libera e reciproca circolazione, mobilità, residenza e impiego per i cittadini e i residenti dei due Stati.
Haifa, 15 maggio 2007
Assemblea Generale
Dr. Joni Aasi – Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Bir Zeit
Dr. Khaled Abu-Asbeh – Direttore Istituto di consulenza per la pianificazione e le politiche dell’ istruzione
Signor Hanna Abu-Hanna – Scrittore e Poeta
Dr. Ruwaida Abu Rass – Capo del Dipartimento di Inglese presso l’Istituto Accademico Arabo per la Formazione degli Insegnanti, presso il Beit Berl College
Dr. Thabet Abu Rass – Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben-Gurion del Negev
Professor Ismael Abu-Saad – Dipartimento di Educazione, Università Ben-Gurion del Negev
Signora Denees Asad – Raccontastorie e Ricercatrice di letteratura per l’Infanzia
Signor Wadei Awawdy – Scrittore e Giornalista
Signora Khulood Badawi – ricercatrice sul campo per l’Associazione per i Diritti Civili in Israele
Dr. Basilius Bawardi – Dipartimento di Lingua e letteratura Araba, Università di Haifa e Istituto Accademico di studi superiori Oranim
Signora Yasmeen Daher – Coordinatrice del programma di Empowerment delle donne – Centro Ahali per lo sviluppo della Comunità
Avvocato Muhammad Dahle – Avvocato
Professor Marwan Dwairy – Dipartimento di Scienze Comportamentali presso gli istituti Emek Yezrael e Oranim
Signora Afnan Egbaria - Insegnante
Avvocato Ghassan Egbaria - Avvocato
Signora Amal Elsana-Alhjooj – Direttrice di AJEEC – Centro Arabo-Ebraico per l’Uguaglianza, l’Empowerment e la Cooperazione
Professor Kais Firro – Dipartimento della Storia Medio Orientale – Università di Haifa
Dr. Basel Ghattas – Direttore generale di Società della Galilea – Società Nazionale Araba per la ricerca e i servizi della salute
Avvocato Ali Haider – Co-Direttore Esecutivo di Sikkuy – Associazione per l’avanzamento dell’uguaglianza civile in Israele
Professor Muhammad M. Haj-Yahia Dipartimento Affari Sociali – Università Ebraica di Gerusalemme
Signor Marzuq Halabi - Scrittore
Avvocato Usama Halabi – ricercatore legale avvocato
Signor Jalal Hassan – Direttore di Hewar – Associazione Araba per l’Istruzione Alternativa
Signora Areen Hawari Al-Siwar – Movimento Femminista Arabo che fornisce supporto alle vittime di violenza sessuale
Signor Ala Hlehel - Scrittore e giornalista
Signor Umar Ighbarieh - Attivista
Avvocato Hassan Jabareen - Procuratore e Direttore Generale di Adalah – Centro Legale per i Diritti delle Minoranze
Signor Kamal Kayyuf – Direttore delle biblioteche pubbliche di Isfiya e Daliat di el-Carmel
Avvocato Walid Khamis – Procuratore e membro del Municipio di Haifa
Signor Ameer Makhoul – Direttore di Ittijah – Unione delle Organizzazioni di Base delle Comunità Arabe
Dr. Cameel H. Makhoul – Centro sulla Diversità del Genoma, Istituto dell’Evoluzionismo, Università di Haifa
Dr. Adel Manna – storico e Direttore del Centro Studi sulla Società Araba in Israele presso l’Istituto Van Leer di Gerusalemme
Signor Fathi Marshood – Direttore dell’Ufficio Shatil di Haifa e Consulente Organizzativo
Signora Nada Matta - Attivista
Avvocato Muhammad Miari - Avvocato
Signor Salman Natour - Scrittore
Avvocato Ayman Odeh - Avvocato
Avvocato Iyad Rabi – Direttore JCHR – Coalizione di Giuristi per i Diritti Umani
Professor Nadim N. Rouhana - Direttore Generale di Mada al-Carmel – Centro arabo per le Ricerche Sociali Applicate
Signora Areej Sabbagh-Khoury – Ricercatrice per Mada al-Carmel – Centro arabo per le Ricerche Sociali Applicate
Signora Rawiya Shanty - Attivista
Dr. Nadera Shalhoub-Kevorkian – Facoltà di legge e Istituto di Criminologia, Università Ebraica di Gerusalemme, e Direttore del progetto di Studi di genere presso Mada el-Carmel
Professor Ramzi Suleiman – Dipartimento di Psicologia, Università di Haifa
Avvocato Nimer Sultany – Candidato al Dottorato, Scuola di Legge di Harvard
Dr. Mahmoud Yazbak – Dipartimento di Storia del Medio Oriente, Università di Haifa
Signora Haneen Zoabi – Direttore Generale di LAM – Centro dei Media per gli Arabi Palestinesi in Israele
Signora Himmat Zu’bi – Mada al-Carmel – Centro arabo per le Ricerche Sociali Applicate
Signora Salam Zu’abi Architetto
Comitato esecutivo
Professor Nadim N. Rouhana - Direttore Generale di Mada al-Carmel – Centro arabo per le Ricerche Sociali Applicate
Avvocato Hassan Jabareen - Procuratore e Direttore Generale, Adalah – Centro Legale per i Diritti delle Minoranze
Professor Ramzi Suleiman – Dipartimento di Psicologia, Università di Haifa
Professor Muhammad M.Haj-Yahia – Dipartimento di Affari Sociali, Università Ebraica di Gerusalemme
Dr. Nadera Shalhoub- Kevorkian - Facoltà di legge e Istituto di Criminologia, Università Ebraica di Gerusalemme, e Direttore del progetto di Studi di genere presso Mada el-Carmel
Coordinatori dei gruppi
Signor Ameer Makhoul – Direttore di Ittijah – Unione delle Organizzazioni di Base delle Comunità Arabe
Signora Areen Hawari Al-Siwar – Movimento Femminista Arabo che fornisce supporto alle vittime di violenza sessuale
Avvocato Ayman Odeh - Avvocato
Professor Ramzi Suleiman – Dipartimento di Psicologia, Università di Haifa
Coordinatori del progetto
Dr. Amal Jamal – Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Tel Aviv. Ha occupato questo incarico dal 1/11/2003 al 1/07/2004
Signor Marzuq Halabi, ha occupato questo incarico dal 1/07/2004 al 1/12/2004
Signora Himmat Zu’bi, ha occupato questo incarico dal 1/11/2005 al 15/5/2007
Questo Progetto è stato sostenuto finanziariamente dalla Comunità Europea. I punti di vista espressi in questa pubblicazione non riflettono necessariamente l’opinione ufficiale della Commissione Europea.
www.mada-research.org

