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Avevamo fiducia in Madrid di Rami Batish - da MIFTAH, 13 Gennaio 2007

Come teenager cresciuto a Vienna, in Austria, a quel tempo, il collasso dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 è scolpito nella mia memoria come il più significativo degli eventi storici. Caratterizzato dall’alba di un “nuovo ordine” quel periodo ha ridato forma all’equilibrio di potere tra le nazioni e posto le dinamiche di governo di ciò che seguì ad eventi regionali e globali fino ai nostri giorni. Frattanto, come Palestinese, prima di tutto, ricordo anche che venti di cambiamento avevano inequivocabilmente soffiato anche in un’altra direzione, una più vicina a casa, e più vicina al cuore. Era il 30 ottobre 1991, quando la Conferenza di Pace di Madrid fu convocata, con l’affermazione, di conseguenza, delle nostre aspirazioni nazionali dai tempi della Nakba sul più ampio piano possibile. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, ciò, di per sé, aveva una portata storica analoga a quella della fine della Guerra Fredda.
Oggi, più di 15 anni dopo Madrid, i Palestinesi si ritrovano disperatamente intrappolati tra la minaccia evidente di una guerra civile ed una prolungata occupazione israeliana che dal 1991 si è moltiplicata in forma e dimensioni. Con l’impietoso trascorrere del tempo, il sogno di un indipendente e realistico stato palestinese è diventato un oggetto vago e distante nello specchietto retrovisore.
La divisione nazionale, particolarmente quella che ha fatto seguito al secondo Consiglio Legislativo Palestinese del gennaio 2006, ha trasceso lo scontro politico tra Fatah ed Hamas, e sta seguendo a ritmo crescente il disastroso spartito di un diretto scontro militare, tragicamente a spese del sangue palestinese. Israele, da parte sua, continua incessantemente a colonizzare quanto è rimasto della Palestina (i territori che illegalmente occupa dalla guerra del Giugno 1967), con l’imprigionamento dell’intera Striscia di Gaza e la costruzione ed espansione degli insediamenti, la costruzione del Muro d’Annessione, e l’attuazione di trasformazioni demografiche nella West Bank, creando sul terreno realtà irreversibili e prevenendo il risultato dei negoziati sullo status finale, se non addirittura la possibilità stessa della loro ripresa.
Infine, i Palestinesi sono diventati diplomaticamente ed economicamente isolati, politicamente marginalizzati, e con poche riserve di ottimismo a proposito della realizzazione della pace, e della liberazione.
Fu perciò con un senso di amarezza, e con una certa nostalgia per il passato che i Palestinesi hanno vissuto la conferenza di Madrid + 15, che si è tenuta agli inizi di questa settimana con la partecipazione di rappresentanti di Palestina, Israele, Giordania, Egitto, Siria, Libano, ed Arabia Saudita, oltre che a dignitari Europei ed USA. La conferenza si è conclusa Venerdì con la decisione di rivitalizzare il processo di pace israelo-palestinese nella prima metà del 2007, e di un rinnovato impegno verso una soluzione a due stati come la sola realistica opzione per porre fine al conflitto.
Comunque, è più che semplice nostalgia quella che ha attratto l’attenzione dei Palestinesi verso la conferenza Madrid + 15. Il processo di pace iniziato nel 1991, precedendo i fatali accordi di Oslo, fu fondato su una razionale interpretazione delle cause del conflitto, con un chiaro riferimento alla legalità e alla legittimità delle aspirazioni nazionali palestinesi. Affrontò anche i temi dell’occupazione della West Bank e della Striscia di Gaza come una realtà olistica, al contrario di quanto è accaduto in seguito, attraverso gli Accordi di Oslo e dei suoi accordi isolati su aspetti tecnici frammentari (valichi, frontiere, sicurezza, prigionieri, eccetera).
Forse, ancora più importanti, furono gli elementi che costituirono il punto di forza della posizione palestinese nella prima conferenza di Madrid, a garantire il relativo, sebbene effimero, successo dell’intero processo. Questi erano due:
1)  L’unità nazionale palestinese e la base popolare-istituzionale che appoggiò i negoziati fu un catalizzatore per la validità della Conferenza di Pace di Madrid. Al contrario della segretezza che caratterizzò i negoziati di Oslo, al di fuori di ogni obbligo di rispondere all’opinione pubblica palestinese e di consentirle un controllo, Madrid fu gestita in uno spirito di trasparenza ed apertura, che assicurò l’ampio sostegno palestinese.
2) Con gli auspici dell’OLP (allora in esilio), la composizione della delegazione palestinese a Madrid includeva leader di alto profilo, che possedevano sia una conoscenza di prima mano delle questioni in discussione, sia la credibilità necessaria presso il pubblico palestinese. Si trattava di professori universitari, leader della società civile, ed attivisti come la dottoressa Hanan Ashrawi, il dottor Haidar Abdel-Shafi, e Feisal Husseini, tra gli altri che guidarono il primo allontanamento dei Palestinesi dalla resistenza armata verso il dialogo politico, nel contesto dello scontro con i propri occupanti. Sembrava il supremo momento del trionfo, ora che ex prigionieri politici e leader popolari alla macchia sedevano faccia a faccia con i propri oppressori, da eguali.
Si spera che le dichiarazioni di tutte le parti nell’ultima conferenza in Spagna si materializzino nei prossimi mesi e penetrino nei corridoi del potere, in effetti, se questo è il caso, è solo in Madrid che possiamo ancora avere fiducia.

Rami Batish è il direttore di MIFTAH (Media and Information Programme at the Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy). Per contattarlo: mip@miftah.org 
 
Tradotto da Gianluca Bifolchi per Hawiyya.org

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