il 29, 30 novembre e il 1 dicembre un recital davvero unico.
(http://www.auditorium.com/eventi/4906493)
In arabo Al Kamandjâti significa “il violinista”. È il nome che Ramzi Aburedwan ha scelto per la scuola di musica che ha istituito per i bambini palestinesi, soprattutto quelli che nascono e vivono nei campi profughi.
Idea bizzarra quella di Ramzi, perché la domenica mattina, quando da Ramallah si parte per la scuola di Nablus, non si sa mai se si potrà arrivare a far lezione, o se dei soldati israeliani ti fermeranno, armi alla mano, ad un check point, rallentandoti nella migliore delle ipotesi, o fermandoti e costringendoti a tornare indietro. Rallentare o fermare la musica, come le idee e il diritto. E così per Jenin, per Hebron, per Tulkarem… un giorno alla settimana nei campi di queste ed altre città, sempre che tu ci possa arrivare ad incontrare quei bambini che nei campi hanno poco altro che l’attesa della prossima lezione. Prima di andare in Palestina credevo che la condizione di essere profugo esiliato nella propria terra fosse difficile da comprendere per l’ingiustizia sin troppo palese; ho capito poi che questa, dopo 60 anni di occupazione ed esilio, è
l’unica quotidianità che la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini palestinesi conoscono, e che ti può portare disperazione, rabbia o semplicemente l’assoluta e strategica necessità di cambiare le cose, anche a partire dalla musica e soprattutto a partire dai bambini, concependo l’arte come gesto concreto di resistenza attiva.

