“La frammentazione delle forze che gli si oppongono permette al sistema […] non solo di resistere agli attacchi ma anche di cooptare e sottomettere tale opposizione.
La principale preoccupazione del sistema […] non è la radicalità delle forze che gli si oppongono ma la loro eventuale unità. La parcellizzazione delle forze politiche contrarie al regime permette al sistema di negoziare o “contrastare” la conquista delle isole politiche che si formano nell’opposizione. Applicano una legge di guerra, l’ “economia delle forze”: un nemico disperso in piccoli nuclei lo si colpisce concentrando le forze contro ogni nucleo, isolandolo dagli altri. I nuclei di opposizione non considerano di trovarsi di fronte a un nemico bensì di fronte a vari nemici, mettendo dunque l’accento su ciò che li rende differenti (le loro proposte politiche) e non su ciò che li rende uguali (il nemico che si trovano ad affrontare: il sistema […]). Ovviamente ci stiamo riferendo all’opposizione onesta, non alle marionette. Questa dispersione delle forze oppositrici permette al sistema di concentrare le forze per “presidiare” e vincere (o annullare) ogni “isola”.
Insomma, non stiamo proponendo una rivoluzione ortodossa, ma qualcosa di molto più difficile: una rivoluzione che renda possibile la rivoluzione …”
Don Durito della Lacandona
Nei prossimi giorni spiegheremo il motivo della pubblicazione di questa breve annotazione del Sub Comandante Marcos.
Nel frattempo ci auguriamo apprezziate la seguente lettera scritta da Nelson Mandela a quell’anima candida di Thomas Friedman, ormai 6 anni fa. …. Un’Amica ci segnala la dubbia provenienza e, quindi, autenticità della suddetta lettera. In attesa di avere maggior certezze, vi anticipiamo - al suo posto - un documento invero straordinario. Buona lettura.
ISRAELE ARMA LE DITTATURE DEL TERZO MONDO di Israèl Shahak
II saggio si basa su informazioni ricavate dalla stampa israeliana (in lingua ebraica) ed è uscito in cinque puntate su “Zu Haderek”, il 25 marzo, l’I, 9, 15 e 22 aprile 1981. Sono indicati i tagli operati dalla censura militare israeliana e viene aggiunta una conclusione, del 18 giugno 1981 (n.d.r.).
Traduzione italiana: dalla “Revue d’études Palestiniennes”, n. 4, estate 1982, pp. 145-166.
Pubblicato in “Israele senza confini, politica estera e territori occupati” Sapere2000; 1984
Siamo talmente presi, qui in Israele e nei Tenitori Occupati, dalla nostra lotta e, più in generale, dal sostegno che forniamo alle forze progressiste del Medio Oriente, che finiamo per dimenticare che da qualche anno a questa parte, lo Stato d’Israele svolge anche un’altra funzione su scala mondiale: quella di fornitore di armi e di alleato dei regimi più spregevoli e invisi del mondo intero. Da qualche anno questo ruolo ha assunto dimensioni rilevanti. Di recente si è avuto modo di leggere nel “New York Times” che Israele detiene il settimo posto tra gli stati che esportano armi. Nello stesso articolo si valutava che le esportazioni di armi israeliane, nel 1980, ammontassero a 1,3 miliardi di dollari. Stando ad altre stime, per esempio quelle dell’Istituto per le Ricerche sulla Pace di Stoccolma e dell’Istituto per gli Studi Strategici di Londra, esse raggiungerebbero la cifra di 1,45 miliardi di dollari. Per rendersi meglio conto del significato di queste cifre, facciamo notare che nell’anno precedente, il 1979, il totale delle esportazioni israeliane ammontava soltanto a 3,8 miliardi di dollari. Pur non disponendo ancora di dati completi, se ne può tuttavia legittimamente dedurre che, nel 1980, le esportazioni di armi costituissero perlomeno il 40% del totale delle esportazioni dello stato di Israele — sempre nell’ipotesi che queste siano aumentate effettivamente. Ciò vuol dire, ogni giorno di più, che viviamo della morte e della distruzione di altri popoli, dei Palestinesi qui e di parecchi altri popoli nel resto del mondo. C’è da pensare che, se non tutto, buona parte dell’”aiuto” che riceviamo dagli Stati Uniti si spieghi con questi due motivi. Cominceremo con una rapida panoramica degli stati che, in varie parti del mondo, sono nostri attuali alleati (o lo erano fino a poco fa) e ai quali forniamo in abbondanza armi ed aiuti di ogni genere.
El Salvador, Guatemala, Nicaragua
El Salvador, com’è noto, è oggi al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Gli assassini perpetrati dalla giunta che governa questo paese, siano essi opera dell’esercito o di organizzazioni criminali finanziate dalle autorità, ormai trovano qualche pubblicità anche nella stampa israeliana, dopo che sono stati ampiamente denunciati dalla stampa mondiale. Stando alle informazioni fornite dall’Istituto per le Ricerche sulla Pace di Stoccolma, nel 1980 lo stato d’Israele ha fornito l’83% delle importazioni di armi di questo governo di assassini. Il mondo intero (tranne ovviamente Israele) ha avuto modo di vedere le carabine Galil e i mitra Uzi in mano ai carnefici. In vari Paesi (tra l’altro, nell’Europa dell’Est, ma a volte anche negli USA) i commentatori sottolineano: “Questa gente (donne, bambini, suore, preti) è stata uccisa da proiettili di Uzi, di Galil; il tale villaggio è stato bombardato da aerei Arava fabbricati in Israele”. La stampa pubblicitaria, specializzata nella promozione di questo tipo di armamenti, descrive questi aerei come apparecchi “commerciali” rapidamente trasformabili in apparecchi militari ed elenca dettagliatamente quanti soldati, bombe, cannoni sono in grado di trasportare. Soltanto i nostri strumenti di comunicazione di massa omettono di rendere noti questi dati. E poi ci chiediamo: “Come mai non ci amano?” e invochiamo “l’antisemitismo” o il “denaro arabo”, invece di chiederci quale responsabilità abbiamo nelle vicende mondiali. Secondo fonti straniere, El Salvador non è il solo paese dell’America Latina al quale forniamo armi. Israele era (censurato) un grosso fornitore d’armi per il Guatemala (rispetto al totale delle importazioni di questo paese), il cui regime eguaglia o forse supera quello di El Salvador. Il dato interessante è il modo in cui si sono stretti i rapporti di amicizia tra i due Stati.
Da anni, in Guatemala, la repressione ha raggiunto punte parossistiche. Centinaia di studenti che manifestavano nel centro della capitale sono stati falcidiati dalle mitragliatrici. Quest’episodio ha suscitato profondo sdegno ed orrore in tutto il mondo, con la sola eccezione di Israele. Gli Stati Uniti hanno interrotto per un periodo l’invio di armi in Guatemala. Poco dopo, il capo di Stato Maggiore guatemalteco e Marcus Katz (uno dei principali agenti incaricati delle forniture di armi israeliane in quella zona, un uomo del quale torneremo a parlare in seguito)… (censurato)… assisteremo a parecchie altre manifestazioni di questa calma olimpica.
Ma in questa stessa zona del mondo va aggiunta sul conto di Israele una prolungata, stretta collaborazione con il regime di Somoza in Nicaragua. Nell’ultimo anno di vita di quel regime Israele gli ha fornito il 98% delle armi importate. Ciò è tanto più rilevante se si tiene presente che negli ultimi due anni di vita il regime di Somoza ha massacrato circa 50.000 persone. Usando apparecchi Arava e Vento dell’Ovest, fabbricati in Israele, il governo ha fatto bombardare i quartieri poveri della capitale del paese, Managua, e di altri centri. Dopo il crollo del regime di Somoza è diventata di pubblico dominio la portata dell’aiuto concesso da Israele: aiuto di cui si fanno ancora sentire le conseguenze, dal momento che oggi l’esercito popolare del Nicaragua ormai liberato è essenzialmente attrezzato con armi d’origine israeliana scovate negli arsenali di Somoza, come provano le foto scattate al momento della liberazione del paese.
Una serie di articoli di Nahum Barnea e Shimshon Ehrlich, pubblicati da “Davar”, hanno pubblicizzato gli aiuti concessi a Somoza e fatto conoscere la struttura dell’enorme macchina da guerra messa in piedi in Israele. Così abbiamo saputo (”Davar”, 23 novembre 1979) che le carabine Galil vendute da Israele al governo Somoza intorno alla metà del 1978 venivano spedite direttamente a una speciale unità terrorista al comando del figlio di Somoza, “responsabile del massacro degli avversari politici, fra i quali donne e bambini. Quelle armi furono vendute in palese contrasto con la prassi stabilita e nel disprezzo del discredito politico procurato ad Israele fra i paesi dell’America latina a causa di tale mercato” (sottolineatura di Israèl Shahak). È interessante notare il commento del giornale “Davar”, che riflette fedelmente l’opinione dell’establishment israeliano: quel che importa non è il sangue del prossimo, delle donne, dei bambini, non è l’enorme ipocrisia per la quale Israele, ufficialmente “contraria a qualsiasi forma di terrorismo”, fornisce armi al terrorismo peggiore (così come trasforma in eroe nazionale un pirata dell’aria, pur condannando in genere i dirottamenti). No, l’unica cosa che conti è il “discredito politico”. In altri termini, se il sangue versato, quello di donne e bambini, avesse costituito agli occhi dei responsabili dell’establishment un “vantaggio politico” anziché un danno per lo stato d’Israele, allora sarebbe andato tutto bene! È difficile immaginare un’ipocrisia più madornale!
Marcus, Hammer, Ben Meir e gli ambienti vicini a Begin
Riprendiamo il filo: “L’agente che ha concluso l’affare della vendita di armi a Somoza passava per essere un amico del dittatore nicaraguense, nonché una delle massime personalità israeliane. Si trattava di David Marcus Katz” (”Davar”, 13 dicembre 1979). Nella stessa serie di articoli (”Davar”, 14 novembre 1979) gli autori precisano la natura di tale amicizia e i legami relativi. Secondo gli amici:
“Katz ha lasciato il nostro paese prima della guerra del 1948. Attualmente è il rappresentante di circa diciassette industrie israeliane fornitrici, in parte, di armi e attrezzature militari, la più importante delle quali è l’Industria Aeronautica e di armi (Ta’as). Soggiorna di frequente nel nostro paese e vi incontra personalità politiche con le quali ha stretti rapporti. Fra queste ci sono membri del Likud e del Mifdal (partito nazionale religioso). Si sa che è vicino al Ministro Hammer e a Ben Meir, membro della Knesset (due dirigenti di Gush Emunim, un movimento religioso nazionalista fanatico); si sa anche che finanzia il movimento religioso … Nelle alte sfere del governo si ritiene che Katz goda dell’appoggio di varie istanze politiche, fra cui alcune vicine al Primo Ministro.
Aggiungiamo che gli amici dell’amico del tiranno Somoza non si trovano solo in seno al Likud e al Mifdal. Il giornale che ha elargito più elogi a questo mercante d’armi è l’organo del Mapam, “Al Ha-Mishmar” (Chi è lei, Marcus Katz?, del dottor Eliyahu Harel, 30 dicembre 1980). Il giornale, che ha scelto come motto: “Per il sionismo, il socialismo e la fratellanza dei popoli”, incensa senza riserve questo massacratore di donne e bambini.
Marcus Katz parla correntemente l’ebraico ed è simpatico. Ha esordito nella vita pubblica di qui partecipando alla fondazione della Gioventù Naim Misrahi (Misrahi - precursore del Mifdal). Come la maggior parte, allora, è entrato nell’Haganah (la principale organizzazione militare sionista nella Palestina allora sotto dominazione britannica), ma nel 1947, prima della fondazione dello stato d’Israele, ha raggiunto i suoi genitori in Messico. Dichiara che gli è stato difficile lasciare il nostro Paese alla vigilia della creazione dello Stato e che lo ha fatto solo perché uno dei dirigenti del Misrahi, David Zvi Pinkas, gli affidò la missione di organizzare il movimento in Messico.
“Al-Ha-Mishmar” sottolinea inoltre con soddisfazione, addirittura con orgoglio, che il signor Katz patrocina alcuni istituti religiosi negli Stati Uniti, in Messico, in Israele, che ha dato vita al Premio Katz destinato a promuovere “I mezzi per ravvivare la Halakha (la legge religiosa ebraica) nella vita moderna”, che ha inoltre ottenuto l’attestato della “corona della Torah” e un diploma di dottore honoris causa dell’Università Yeshiva, negli Stati Uniti. “Al Ha-Mishmar” si affretta ad aggiungere che “il caso dell’aereo che trasportava munizioni per le carabine Galil destinate al Guatemala, atterrato alle Barbados e intercettato dalle locali autorità, apparteneva alla società Eisenberg e non alla Katz”. Un dato che ci conforta, a parte il fatto che veniamo a sapere, en passant, anche perché e come mai la maggioranza al Parlamento abbia adottato la famosa “legge Eisenberg” che esenta gli esportatori d’armi dalle tasse. Sarebbe tuttavia un errore credere che gli stessi Nahum Barnea e Yossef Periel — pur dicendo molto di più di “Al Ha-Mishmar” — forniscano indicazioni esatte ed esaurienti sul traffico d’armi israeliane, anche solo di quelle destinate al governo Somoza. In primo luogo, la loro attenzione è attratta soprattutto dall’aspetto finanziario. Katz ha ottenuto una commessa eccessiva? Si è fatto quanto si doveva per ridimensionarla? A queste domande di nessun interesse gli autori dedicano il grosso dei loro articoli. Si dilungano inoltre a descrivere dettagliatamente una serie di discussioni interne (gli ambasciatori israeliani favoriscono a sufficienza le esportazioni di armi? L’industria aeronautica deve o no avere un ruolo preponderante in queste esportazioni? ecc. ecc.).
II gruppo predominante nell’industria israeliana
Solo nell’ultimo articolo (// robot si ribella al suo artefice, in “Davar”, 16 novembre 1979) gli autori arrivano al nocciolo della questione. Innanzitutto dichiarano — secondo me giustamente — che le “manifatture d’armi” costituiscono “il gruppo predominante in seno all’industria israeliana”. L’esportazione di armi avviene “verso Stati che, perlopiù, non possono acquistarle dagli Stati Uniti; alcuni di questi Paesi vivono sotto regimi che godono di pessima stampa” (naturalmente, si tratta di una mezza verità. Non c’è un solo Paese, fra quelli ai quali Israele vende grossi quantitativi di armi, che non goda di una fama sinistra). Ma gli autori mettono in luce anche i “vantaggi”:
Un’industria d’armi sviluppata può, all’occorrenza, partecipare in maniera decisiva allo sforzo bellico di Israele. Si tratta inoltre di un campo nel quale Israele gode di una certa superiorità, di un certo prestigio. Va ricordato che, al riguardo, le decisioni sono state prese parecchi anni fa e che la responsabilità, nel bene e nel male, ricade sulle istanze politiche, sull’ex Ministro della Difesa Shimon Pérès.
Gli autori sottolineano inoltre che, in questo quadro, il “governo ha autorizzato gli ambasciatori e gli ufficiali superiori israeliani a partecipare al commercio di armi e si rifiuta di affrontare l’effettiva portata giuridica di un simile gesto”. Ma, per quanto l’attuale Ministro degli Esteri abbia promesso un’inchiesta al riguardo, non vi è mai stato né vi sarà mai un esame di ciò che significano per Israele i rapporti di amicizia con il regime Somoza. È anche possibile dire che il giudizio degli autori è estremamente sorprendente, ma tipico della società israeliana:
Circa sei mesi prima del crollo del tiranno, il governo israeliano si è impegnato con gli americani ad associarsi all’embargo stabilito per quanto riguardava la consegna delle armi al Nicaragua. // governo non era tenuto a impegnarsi (sottolineatura mia - I.S.), ma una volta fattoio doveva mantenere l’impegno. Invece si guardò bene dal rispettarlo. Quando la cosa divenne nota, fu un duro colpo alla credibilità internazionale del governo israeliano. Sembra che in questa faccenda alcune iniziative siano state prese senza il consenso delle autorità.
Gli autori riprendono inoltre una rivelazione ad opera di Shimshon Ehrlich in “Ha’aretz” del 14 novembre 1979:
Un rappresentante delle ditte che si occupano dell’esportazione di armi (censurato) ha continuato a fornire armi a Somoza fino agli ultimi momenti del regime (censurato) . Tale rappresentante ha utilizzato all’uopo uno dei suoi uomini che viveva nel bunker dove si era rifugiato il comando dell’esercito di Somoza. L’uomo si presentò come un comandante dell’esercito israeliano (censurato).
Se ci si ricorda di quanto si è detto degli “ufficiali superiori dell’esercito israeliano” che “erano autorizzati a partecipare al commercio di armi”, si può star certi che quel tale dicesse la verità.
Abbiamo insistito a lungo su questa vicenda del regime di Somoza perché le informazioni di cui disponiamo al riguardo sono più esaurienti e anche per il rilievo politico di Marcus Katz, di recente osannato dal grande rabbino (israeliano) Shlomo Goren, dal Ministro Zevulon Hammer e da altre duecento personalità di primo piano della società israeliana, tutti invitati al matrimonio della figlia del detto Marcus Katz, con viaggio in aereo pagato dallo stesso, o meglio pagato col sangue della gente assassinata, quel sangue che grida vendetta contro l’amico degli assassini.
Parleremo meno degli altri paesi dell’America latina. Secondo fonti straniere, Israele … (censurato) … in America latina, Israele consegna enormi quantitativi di armi alle seguenti dittature: … (censurato) … il Paraguay, l’Argentina, il Cile, l’Equador. È molto interessante notare la stretta collaborazione di Israele con il Paraguay, noto come il rifugio dei peggiori nazisti.
È ben nota la collaborazione esistente tra Israele e l’Argentina (dove, secondo un rapporto di Amnesty International, i detenuti ebrei sono obbligati a inginocchiarsi davanti al ritratto di Hitler) e tra Israele e il Cile. Marcel Zohar fornisce la seguente notizia (Generali israeliani in America latina, in “Ha’aretz”, 10 agosto 1978):
Durante le sei settimane passate, tre generali israeliani (della riserva) si sono recati in Argentina. Nel maggio di quest’anno, il generale di divisione della riserva Hayim Laskov, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, è arrivato a Buenos Aires … (censurato) … Laskov è arrivato il giorno prima della festa dell’Indipendenza (israeliana). Dopo un incontro con alcuni ebrei di Buenos Aires, c’è stato un incontro con il capo di Stato Maggiore dell’esercito argentino e vari colloqui con lui e altre personalità. Laskov è stato ricevuto con i dovuti riguardi dagli ufficiali superiori dell’esercito e la sua visita ha aperto la strada ad ulteriori contatti per altri generali israeliani (della riserva) in America latina.
Questi altri generali, secondo l’articolo, sono: il generale (della riserva) Mordekhai Kod, che ha tenuto in luglio una conferenza al cospetto dello Stato Maggiore dell’aeronautica argentina; il generale di divisione (della riserva) Motta Gur, giunto in Argentina dopo un soggiorno in Cile, dove era stato accolto dal Presidente, il generale Augusto Pinochet, e aveva incontrato diverse personalità. Gur ha tentato di difendere il regime di Pinochet, dicendo che “ciò che la stampa cilena riferisce sul Cile non corrisponde alla verità”. Si direbbe che sia più realista del re: se per Motta Gur la stampa cilena, censurata e imbavagliata, esagera pure…
Gur e la vittoria di Pinochet
Eppure, Motta Gur, che riveste un’autorevole ruolo nel Partito Laburista, scrive settimanalmente (non sul Cile!) in “Davar”, l’organo ufficiale dell’Histadrut, controllato dal Partito Laburista. Si è fatto fotografare insieme a Pinochet: “So che l’esercito cileno si è abituato a riportare vittorie e ambisce a riportare vittorie”. Sappiamo bene contro chi tali vittorie siano state riportate. È il caso di ricordare il proverbio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”!
Dopo la visita a uno dei peggiori assassini del mondo, Motta Gur si è recato in Argentina dove, naturalmente, l’ambasciata israeliana ne ha festeggiato con entusiasmo la venuta e le prestazioni. Gur è apparso in televisione… (censurato), l’Argentina lo ha trattato come se fosse capo di Stato Maggiore in carica. Rispondendo alle domande rivoltegli da un giornale, ha confermato che “siamo interessati da molto vicino ai nostri rapporti commerciali in questo campo” (censurato). L’autore prosegue: “Non è un segreto; tutti sanno che quando c’è una richiesta di armi destinate all’Argentina, Israele ha sempre vinto la gara, davanti a Paesi che pure hanno una lunga esperienza in materia”. Motta Gur si è anche incontrato con il generale Viola, il capo supremo dell’esercito argentino. In suo onore “è stato dato un grande ricevimento” (durante il quale è stato presentato il film di Golan su Entebbe) in una delle sale appartenenti alla comunità ebraica di Buenos Aires (censurato). “Fra le personalità presenti c’erano i capi del servizio informazioni e lo Stato Maggiore dell’esercito argentino”, cioè i responsabili delle torture, della scomparsa di migliaia di persone e di tanti altri crimini, le foto di Motta Gur insieme ai carnefici del popolo argentino vengono diffuse negli Stati Uniti e costituiscono un efficace mezzo di propaganda. Prima di lasciare il continente americano, bagnato di lacrime e sangue grazie alle armi israeliane, diamo un’occhiata all’Equador e ai suoi rapporti con Israele, a mo’ d’intermezzo comico dopo tante tragedie. Chiunque abbia l’abitudine di conservare ritagli di giornale ricorderà l’episodio riferito da Matti Golan in “Ha’aretz” all’inizio del 1977 (22, 23 e 28 marzo 1977). Risultava che “Ghandi” (soprannome del generale Rehavam Ze’evi), in collaborazione con l’attore Hayim Topol, avesse proposto al governo dell’Equador un’attrezzatura sofisticata e un personale addestrato nell’attività antiterroristica. Il terzo uomo in questa faccenda era Bezalel Mizrahi, un nome ben noto … (in rapporto con associazioni criminali, in Israele). Il generale Rehavam Ze’evi fu presentato dall’ambasciatore di Israele in Equador (che non era stato avvertito della sua visita) come un privato cittadino. Ma ci si accorse ben presto che figurava ancora nei libri paga degli uffici del Primo Ministro (che allora era ancora Yitzhaq Rabin), dove era stato fino a poco prima “consigliere in materia di guerra al terrorismo”. L’inchiesta condotta da Matti Golan fece emergere altri fatti. Egli cercò di informarsi presso ministri in carica di quali fossero i rapporti tra l’attore Hayim Topol e la lotta al terrorismo. Un alto funzionario vicino al Primo Ministro cercò di convincerlo a non pubblicare la notizia, dicendogli che “Ghandi” si occupava in quel momento di faccende private e che quelle rivelazioni avrebbero compromesso i suoi mezzi di sussistenza (censurato). In seguito si riuscì ad avere la chiave dei rapporti tra teatro e terrore: Hayim Topol dichiarò dapprima che si occupava dell’esportazione di film biblici in Equador. Dopo un’indagine più accurata riconobbe di far parte del gruppo di “Ghandi”, il quale, oltre a Topol e Bezalel Mizrahi, comprendeva un ex membro del Mossad, di cui non è possibile oggi pubblicare il nome. Alcuni “agenti segreti” cercarono senza troppo successo di venire in aiuto a “Ghandi”, sostenendo che “lui e Bezalel Mizrahi avevano grandi progetti, ai quali si ricollegavano numerosi specialisti israeliani dei servizi segreti”. “Ghandi” fornì una spiegazione: in una lunga intervista a “Yediot Aharonot” (1 aprile 1977), dichiarò che, in primo luogo, non vedeva niente di vergognoso nel fatto di essere un mercante d’armi; inoltre, che aveva stretto rapporti in Sud Africa (!) con Hayim Topol per la distribuzione di film biblici. Disse che era un affare che rendeva parecchio e che intendeva creare al di fuori di Israele un’associazione di consiglieri per i servizi segreti. Secondo lui, in Israele c’erano parecchie persone che, esaurita la loro carriera nei servizi segreti, avevano difficoltà a trovare in patria un lavoro all’altezza della loro qualifica. La società da lui prevista sarebbe stata in grado di risolvere il problema e al tempo stesso avrebbe rappresentato per Israele una fonte per l’ingresso di divise straniere. Si dichiarava in partenza disponibile a un controllo statale sulla sua associazione, con l’unica preoccupazione che gli “esperti” assunti non ne approfittassero per abbandonare Israele. Aveva varie idee per scongiurare quel rischio. Ignoriamo come sia finita la faccenda, ma non mi sorprenderebbe che una società commerciale di quel genere esistesse tuttora e che, accanto ai rilevanti redditi che Israele ricava dal traffico d’armi, ci fosse un piccolo reddito derivante dall’esportazione di specialisti in torture. Oltre, dimenticavo, a un reddito proveniente dai film biblici distribuiti da “esperti” nella lotta al terrorismo…
Sul continente africano
Per attenerci all’argomento di quest’articolo, lasceremo da parte il ruolo di Israele nei paesi arabi dell’Africa settentrionale, dal momento che esso coincide col “ruolo di Israele in Medio Oriente”. Tuttavia, la stampa mondiale ha rivelato di recente numerosi particolari, specie per quanto riguarda il ruolo svolto da Israele nella ricostruzione dei servizi segreti marocchini negli anni Sessanta (secondo un testo inglese edito a Londra), nel rapimento e nell’assassinio di Ben Barka, in ogni tipo di “visite” e “incontri” tra i capi della coalizione e i seguaci dello Shelli, tra cui Amos Kenan, in quello Stato.
Parleremo qui dei paesi africani situati a sud del Sahara. Prima della guerra del 1967, Israele esercitava un’enorme influenza sulla maggior parte degli stati africani. La guerra del 1967 (e ancor più quella del 1973) e il rifiuto israeliano di ritirarsi dai territori e di riconoscere il diritto legittimo dei palestinesi comportarono una svolta politica in questa parte del mondo, tranne ovviamente per quanto riguarda il Sud Africa. La posizione di conquistatore assunta da Israele ha invece rafforzato, in quest’ultimo caso, l’amicizia fra i due paesi. Parleremo in primo luogo degli stati dell’Africa nera, dove Israele dispone ancora di una forte influenza, poi passeremo ad analizzare i rapporti tra Israele e il Sud Africa e gli altri stati limitrofi.
L’influenza israeliana si è fatta sentire recentemente in tre Stati indipendenti: la Costa d’Avorio, la Repubblica Centrafricana e il Malawi. Giustamente, la Costa d’Avorio è considerata uno degli Stati più corrotti dell’Africa. Secondo stime francesi, l’80% delle risorse di questo Stato appartengono al Presidente, ai suoi parenti e a qualcuno dei suoi beniamini. Il progresso, comunque fosse, non sarebbe funzionale agli interessi della cricca dirigente, per cui non esiste. L’insegnamento elementare e secondario è a un livello infimo, anche in confronto all’epoca della colonizzazione francese. I contadini sono costretti a vendere i loro prodotti a un prezzo fissato dal governo e a compagnie che appartengono al Presidente o alla sua cerchia o sono controllate da loro; questa gente vende poi questi prodotti all’Europa o all’America ricavandone grossi profitti. Di fronte alla terribile miseria dei contadini e del grosso degli abitanti delle città, si registra la vergognosa opulenza della ristretta classe dirigente, che ha trasformato la Costa d’Avorio in un centro turistico di lusso per la jet society dell’Europa Occidentale. Gli alberghi di lusso, i palazzi dei dirigenti, le compagnie detentrici di monopoli sono tutte cose sorte in stretta collaborazione con Israele e soprattutto con le società che appartengono all’Histadrut, oltre a una serie di aziende private. Parecchi israeliani lavorano in Costa d’Avorio e sono giustamente diventati bersaglio delle locali forze progressiste, in quanto rappresentano uno dei pilastri che sorreggono il regime tirannico di quel paese. Le cose erano ancora più chiare ai tempi in cui la Repubblica Centrafricana era un “Impero”, retto dal tiranno Bokassa. Uno dei nostri famosi generali (della riserva), Shmuel Gonen, decise, dopo la pubblicazione del rapporto Agranat (il rapporto, steso da una commissione presieduta dall’ex Presidente della Corte Suprema israeliana, Agranat, risultò sfavorevole per lui) che il suo ruolo era quello di essere l’amico e il beniamino dell’”imperatore” cannibale Bokassa. Gonen si chiamava prima Gorodish ed era famoso nell’esercito israeliano per i maltrattamenti imposti ai suoi subordinati (ancora oggi, gli ufficiali che si comportano come lui vengono soprannominati dai soldati “piccoli Gorodish”). Gonen-Gorodish non si è limitato a dichiarare alla stampa israeliana, in particolare a “Ma’ariv”, che si era dato da fare a intrecciare per Bokassa la rete dei suoi rapporti ufficiali col resto del mondo; fra gli argomenti avanzati da Gorodish, in favore del presunto imperatore, non c’era soltanto la profonda amicizia che, a suo dire, Bokassa nutriva per Israele, ma anche quest’altra cosa: Bokassa non è peggio dello Scià di Persia, anche lui, com’è noto, grande amico di Israele e del Partito Laburista Israeliano. Ma l’ascesa del generale Gonen fu di breve durata. Con l’aiuto dei soldati francesi l’”imperatore” è stato rovesciato e messo in residenza coatta, sempre in Costa d’Avorio, in uno dei suoi tanti palazzi. Come dice il proverbio: “Dio li fa, poi li accoppia”. Bokassa è rinchiuso in un posto al riparo dai giornalisti, che vorrebbero sapere a quali dirigenti occidentali ha offerto diamanti. Fra le prime scoperte fatte dai nuovi dirigenti della Repubblica Centrafricana e dai loro consiglieri francesi c’è stato il fatto che “Gorodish” non pagava al fisco né imposte né dazi. Attualmente, il generale Gonen è in residenza coatta da alcuni mesi e sotto inchiesta.
Dal punto di vista della società israeliana, è interessante notare che la posizione rivestita da Gonen presso la corte dell’imperatore cannibale non ne ha minimamente scalfito la collocazione sociale in Israele, nell’Israele di Begin. Il generale (della riserva) Gonen era, contemporaneamente, amico del cannibale nonché delegato eletto all’ultimo congresso del partito Hérut (il partito di Begin), delegato in rappresentanza di Tel Aviv-Nord. Aveva una tale popolarità in questo congresso che lo si è visto abbracciare e baciare Begin di fronte ai fotografi. Come dicevamo, Dio li fa, poi li accoppia: secondo me, questo si attaglia perfettamente a Menahem Begin e al famoso “splendore” revisionista (in questo caso, si tratta dell’estrema destra del sionismo, del partito che, sotto la denominazione di “revisionista”, ha preceduto l’attuale partito Hérut).
Il governo israeliano svolge un ruolo particolarmente nefasto nel Malawi. Quando nacque questo Stato il potere andò a finire in mano a un certo dottor Banda, che si rivelò ben presto un amico dichiarato e fedele dei regimi di apartheid esistenti in alcuni Stati africani. Le sue visite ai capi dei governi del Sud Africa, che lo ricevono con tutti gli onori, ottengono nel mondo lo stesso rilievo delle visite in Israele dei ministri sudafricani. Prima della sconfitta dei colonialisti portoghesi in Mozambico, fu loro alleato nella lotta contro quanti si battevano per la libertà. Il regime del Malawi è uno dei più atroci regimi del mondo, paragonabile solo a quelli del Guatemala e di El Salvador. Ma il dato che lo contraddistingue è che gli assassini e le torture ordinate dal dottor Banda sono perpetrati da persone giovanissime, quasi dei bambini. Il tiranno utilizza il movimento giovanile del Paese per infliggere ogni genere di tortura a chiunque osi mettere in dubbio la “saggezza divina” del “padre” della patria, il dottor Banda. Ora, il movimento giovanile è organizzato da consiglieri del Gadna e del Nahal, (rispettivamente, formazioni israeliane paramilitare e militare) mandati in loco da Israele. In cambio dei servizi resi al dottor Banda, le orde del “movimento giovanile” sono autorizzate a scatenarsi in tutta una serie di campi tutt’altro che politici: picchiare e torturare pacifici cittadini tanto per “divertirsi”, per il gusto di terrorizzare la gente e magari per esercitarsi. Ancora oggi i consiglieri israeliani addestrano il “movimento giovanile”, anche se non si riesce a sapere di preciso di che tipo di addestramento si tratti. La stampa israeliana sostiene che si tratta di qualcosa di analogo al Gadna e al Nahal… (censurato)
…Facciamo notare che la stampa mondiale non si fa illusioni sulla natura del regime del dottor Banda, rivelandone ogni tanto qualche particolare. Ma negli ultimi anni i principali rapporti sono stati quelli tra lo Stato di Israele e il Sud Africa, gli “Stati” o Bantustans (Territori autonomi bantu) creati dal governo dell’apartheid e che comprendono territori occupati quali la Namibia.
Fino a poco tempo fa si poteva aggiungere all’elenco la Rhodesia di lan Smith (e del vescovo Muzurewa), ora diventata lo Zimbawe libero. Stando a fonti straniere, Smith aveva ottenuto il brevetto israeliano per la fabbricazione di mitra Uzi. Gli Uzi fabbricati in Rhodesia si chiamano Rhuzi (Uzi rodesiani). Questi mitra, a parte l’uso militare, venivano venduti ai civili — bianchi — a 100 dollari rodesiani l’uno. Israele fungeva inoltre come punto di rifornimento per importanti attrezzature militari, ad esempio gli elicotteri americani che la legge americana vietava venissero direttamente venduti alla Rhodesia. La televisione britannica ha rivelato che questi elicotteri appena venduti a Israele, venivano rivenduti immediatamente a lan Smith.
Nei due articoli precedenti abbiamo passato in rassegna i rapporti tra Israele e le dittature dell’America Latina, nonché con alcuni regimi corrotti africani, per quanto riguarda i rifornimenti di armi. Ora passiamo ai rapporti più generali e, credo, di estrema importanza, che intercorrono tra Israele e il Sud Africa: rapporti che, tranne gli Stati Uniti, non ha alcun altro Paese. L’amicizia tra Israele e Sud Africa è una storia lunga, che non possiamo riprendere in questa sede. Ci limitiamo a ricordare la profonda amicizia che legava Haim Weizman (Presidente dell’Organizzazione Sionista mondiale e primo Presidente dello stato d’Israele) al capo del governo sudafricano Jan Smuts, e i reiterati tentativi del Sud Africa di riavvicinare imperialismo britannico e sionismo. Ricordiamo che, fin dagli anni Trenta, il Sud Africa ha fornito di preferenza il suo appoggio agli elementi più estremisti del movimento sionista. Samuel Katz, che ha rotto col governo Begin e si orienta attualmente verso il partito estremista Hathiya, riferisce nelle sue Memorie che è stato nominato console sudafricano a Gerusalemme negli anni Trenta e racconta come abbia utilizzato quest’incarico al servizio dell’Etzel (Irgun Tzevai Le-Yisrael), l’organizzazione militare terroristica, diretta in seguito dall’attuale Primo Ministro Menahem Begin. Di conseguenza, la popolazione ebraica sudafricana è in assoluto la più nazionalista e sciovinista (benché, naturalmente, ci siano numerosi ebrei sudafricani che si sono impegnati nella lotta contro l’apartheid, sia a titolo individuale sia in seno a raggruppamenti progressisti). Esaminiamo un po’ più a fondo la natura dei rapporti tra Israele e questo regime (il più abominevole che ci sia, persino agli occhi di persone considerate universalmente conservatrici). Si tratta di un regime che si è sviluppato sulla base di un movimento ideologico filonazista senza motivazioni ideologiche e numerosi dirigenti del quale vennero fatti per questo prigionieri durante l’ultima guerra; un regime che tratta gli indigeni africani, la stragrande maggioranza della popolazione, come i peggiori antisemiti trattano gli ebrei. Sono noti, naturalmente, gli aspetti “visibili” dei rapporti tra Israele e il Sud Africa. A parte il Malawi e la Costa d’Avorio, Israele è l’unico Paese in cui i ministri sudafricani e lo stesso Primo Ministro vengano accolti con tutti gli onori; analogamente, i ministri israeliani sono i soli ministri di stati indipendenti (ad eccezione del dottor Banda) che si rechino in visita in Sud Africa e vi siano ricevuti con tutti gli onori. Lo stesso governo americano, persino il governo Reagan, non ha rapporti di questo genere con il Sud Africa. In realtà, quanto è inimmaginabile per Reagan è invece possibile per Rabin e Begin, e questo per noi rappresenta un elemento in più e non dei meno rilevanti, per conoscere meglio la società israeliana. Da noi, sei o sette anni fa, si criticavano appena le visite dei capi di uno dei più razzisti regimi del mondo; oggi le si criticano sempre di meno. E questo proprio mentre vogliamo ricordare a noi stessi e agli altri, i nomi di coloro che hanno avuto rapporti ufficiali con i nazisti e che hanno dimostrato a questi ultimi la propria amicizia. Al di là dei rapporti formali di “amicizia”, i legami tra Israele e il Sud Africa sono di tre ordini:
• collaborazione economica;
• collaborazione nell’industria (censurato);
• collaborazione politica.
La collaborazione economica
Prendiamo per cominciare un esempio tipico. Il “Yediot Aharonot” del 12 ottobre 1976 va in estasi per il gran numero di aziende israeliane che cercano di estendere le loro relazioni commerciali con il Sud Africa. Fra quelle che ottengono risultati migliori “Yediot Aharonot” ricorda Assia-Ma’abarot, che appartiene al Kibbutz Ma’abarot dell’Hashomer Hatza’ir (Mapam). Già nel 1976 le esportazioni di quest’azienda ammontavano a un milione di dollari e il kibbutz si fissava l’obiettivo di aumentare le proprie esportazioni destinate al Sud Africa del 20% all’anno. Questo kibbutz produce un alimento per le vacche. Com’è noto, l’oppressione più dura, in Sud Africa, colpisce i lavoratori agricoli di colore. In parecchi casi, alcuni prigionieri vengono “affidati” nel periodo di detenzione ad agricoltori bianchi. E il kibbutz sceglie di aumentare le sue esportazioni verso il Sud Africa e, contemporaneamente, invita pro-prietari terrieri sudafricani a venire a studiare sul posto l’utilizzazione scientifica del prodotto.
Il giornale “Ma’ariv” del 12 dicembre ci offre un altro esempio. Il corrispondente del giornale in Sud Africa ci informa che la società Tadiran ha costruito una fabbrica vicino Pretoria, insieme ad una compagnia sudafricana. L’ingegnere capo della fabbrica, David Frenkel, ha annunciato che la società avrebbe prodotto materiale di illuminazione per stati d’allarme e avrebbe importato da Israele sofisticati impianti di comunicazione, commercializzandoli. Così, quando i ragazzi africani di Soweto o di altri ghetti si ribellano all’oppressione, i poliziotti del regime di apartheid possono chiamare in aiuto loro colleghi grazie a materiale made in Israel; anche i giganteschi riflettori che illuminano i ghetti indigeni nelle notti “calde” provengono da Israele. Ma la collaborazione economica tra Israele e il Sud Africa non si limita a queste società israeliane (e sono parecchie!) che forniscono al Sud Africa prodotti essenziali e lo sanno fare; essa va molto più in là. Ci limiteremo qui ad accennare soltanto a due rapporti pubblicati in “Ma’ariv” (7 febbraio 1979), il giorno stesso della visita in Sud Africa di Simah Ehrlich, all’epoca Ministro israeliano delle Finanze. Per spiegare l’idea basilare allora proposta da Ehrlich, accettata e attualmente applicata, dobbiamo ricordare ai lettori che, poiché la stragrande maggioranza dei Paesi condannano il regime sudafricano, è stata abolita ogni forma di agevolazione doganale per i prodotti sudafricani e nessun Paese (tranne Israele, il Malawi, ecc.) ha stabilito accordi commerciali con il Sud Africa, il che naturalmente ne rende estremamente difficili le esportazioni. Ehrlich ha perciò proposto che Israele faccia da tramite per il Sud Africa ai fini della penetrazione nel Mercato Comune Europeo, di cui Israele è “membro associato”, approfittando delle forti riduzioni delle tariffe doganali. La proposta di Ehrlich valeva anche per gli Stati Uniti. In questo modo i prodotti sudafricani vengono “esportati” in Israele per essere “finiti” (in genere si tratta solo di incollarvi l’etichetta made in Israel); di lì verranno poi rispediti in Europa e negli Stati Uniti. Aggiungiamo che la stampa europea, in particolare quella più conservatrice, ha denunciato con forza l’utilizzazione di Israele per le esportazioni sudafricane e che Israele ha avanzato una smentita formale.
La collaborazione si va sviluppando rapidamente anche in altre branche. Già in “Yediot Aharonot” del 28 novembre 1976 si poteva leggere che la ditta israeliana Netafim, che produce impianti per l’irrigazione, si è associata a una compagnia sudafricana per la produzione e l’esportazione di questo materiale in Europa, negli Stati Uniti, in America Latina e in altre parti del mondo. Benché il capitale sia sudafricano, la nuova società si è dichiarata in Olanda come società israeliana, patrocinata dalla Netafim, per dare alla faccenda una facciata di “rispettabilità”. Gran parte di questi traffici sono controllati dall'’Histadrut (Federazione generale dei sindacati), come si ricava da un articolo pubblicato in “Ha’aretz”, il 16 febbraio 1981, dal titolo: La maggior parte del commercio con il Sud Africa è concentrato in mano al gruppo Koor. Secondo il giornale:
Le società che fanno parte del gruppo Koor costituiscono la fonte del grosso del commercio estero israeliano con il Sud Africa. Esiste una società in Sud Africa, ma per ragioni politiche non si dichiara società appartenente al gruppo ma società appartenente a privati. Questa società traffica in esportazioni che rappresentano varie decine di milioni di dollari l’anno, tra cui alcuni affari relativi a imprese industriali appartenenti a kibbutz. Secondo fonti bene informate, Koor non ha alcuna intenzione di rinunciare agli scambi commerciali con il Sud Africa.
La collaborazione industriale
Esamineremo di seguito due faccende che hanno costituito oggetto di una dettagliata informazione sulla stampa e alla televisione britanniche. Si riferiscono all’Angola e alla Namibia. Circa sei mesi fa, la televisione britannica (e la stampa subito dopo), ha riecheggiato una notizia sulla vendita di elicotteri americani al Sud Africa nel momento della famosa invasione dell’Angola (poi liberatasi), nel 1975. Il dottor Kissinger giustamente nutriva il presentimento che il Congresso non avrebbe ratificato la vendita di quel materiale, in quel momento, a quel Paese. Come per i Rhuzi, come per la faccenda degli elicotteri per la Rhodesia, si scoprì una “soluzione israeliana” al problema: una vendita fittizia effettuata da “società israeliane sconosciute” e “gli elicotteri vennero trasferiti in Sud Africa”. Un affare ancora più importante venne rivelato a Londra nell’estate del 1979: si tratta dello sbarramento elettrico costruito dal Sud Africa sulla frontiera tra l’Angola e la Namibia, per impedire l’infiltrazione dei combattenti per la liberazione della Namibia (organizzazione Swapo). L’episodio è stato rivelato quest’anno ed è stato confermato da un ben noto esperto delle questioni africane, Collin Legum (che lavora anche presso l’istituto israeliano Shiloah), durante una conferenza tenutasi nell’ambito di un’organizzazione ebraica londinese, successivamente riportata dal “Davar”. Secondo questo esperto, lo sbarramento elettrico è stato costruito dall’industria aeronautica israeliana. Basta scorrere riviste come “Aviation Weekly” (rivista dell’aviazione) per sapere che la nostra industria aeronautica è passata in prima linea nella costruzione di reti elettriche o altro e offre i propri servigi in materia a chiunque abbia bisogno di questo genere di attrezzatura (e i mezzi per pagarla). Com’è noto, la costruzione di una rete di filo spinato su un’estensione del genere (il confine è lungo migliaia di chilometri) richiede un elevato livello di progettazione e tecnologico e comporta inoltre grossi profitti. Pochi Paesi nel mondo occidentale hanno raggiunto tale livello ed è ovvio che il Sud Africa non c’è ancora arrivato. Peccato che un Paese che invece ha raggiunto questo livello di sviluppo lo metta al servizio di una causa spregevole.
La collaborazione politica
Abbiamo visto come, tra i servigi resi dal governo israeliano alle dittature sudamericane, ci sia la pubblicazione delle fotografie dei dittatori accanto ai dirigenti israeliani (ad esempio Motta Gur), foto che vengono poi riprodotte negli Stati Uniti e utilizzate come prove della natura “progressista”, o perlomeno “meno tremenda di quanto non si dica” di tali regimi e dei loro capi. In parecchi ambienti americani, infatti, chi avrebbe l’ardire di accusare Israele e di esporsi, ciò facendo, all’accusa di “antisemitismo?”. O, se chi lancia l’accusa è ebreo, sentirsi dare del masochista? Eppure, i dirigenti israeliani la loro cauzione all’apartheid sudafricana la danno. I rapporti, gli incontri ufficiali, ecc., servono ad abbellire la reputazione del regime agli occhi degli occidentali, soprattutto degli Stati Uniti. In realtà, come attestano alcuni uomini d’affari americani, esistono da anni rapporti stretti tra l’ambasciata sudafricana negli Stati Uniti e la “lobby israeliana” (la parte della comunità ebraica di osservanza israeliana). Negli ultimi anni, Taiwan ha svolto anch’essa un ruolo in questa “Santa Alleanza”. La stampa occidentale commenta ampiamente l’alleanza tra Sud Africa, Israele e Taiwan, che cerca d’indurre gli Stati Uniti a inasprire la loro politica nei confronti del Terzo Mondo e dell’Unione Sovietica. Essa è nata, soprattutto tra Israele e Sud Africa, all’epoca di Kissinger. Il prestigioso settimanale inglese “The Economist” osservava il 5 novembre 1977 che “fin dall’inizio del 1975, il dottor Kissinger incitava il governo israeliano a schierarsi al fianco dell’esercito sudafricano per combattere il Movimento Popolare angolano appoggiato da Cuba”. Israele si rifiutò, ma ricercò un compromesso e finì per inviare in Sud Africa un certo numero di consiglieri, esperti di controguerriglia, oltre a materiale costruito all’uopo (la cui composizione è molto interessante). Israele, d’altra parte, interpretò la richiesta di Kissinger come un segnale di via libera alla collaborazione tra Israele e il Sud Africa. “The Economist” prosegue:
Nel maggio 1976, il Primo Ministro sudafricano, John Vorster, effettuò una visita ufficiale. Firmò una serie di accordi economici e militari, tutti basati sull’intenzione del Sud Africa di finanziare alcuni dei più dispendiosi progetti militari israeliani. In cambio Israele si impegnò a fornire armi e consiglieri.
“The Economist”, in appendice all’articolo, fornisce altri dettagli: “II Sud Africa ha finanziato tutta la successiva generazione della flotta israeliana”. In cambio, il Sud Africa riceverà le prime quattro o cinque navi da guerra prodotte. Quaranta ingegneri sudafricani soggiornarono ad Haifa per assistere alla costruzione di queste navi negli arsenali. Israele ha accettato di partecipare all’ammodernamento di imbarcazioni del tipo Centurion di proprietà del Sud Africa (cosa che la Gran Bretagna, che le aveva costruite, si è rifiutata di fare).
Passate in rassegna le società israeliane come Tadiran e fatto l’elenco degli impianti e delle attrezzature militari fornite al Sud Africa fin dal 1971, “The Economist” conclude: “In tempo di guerra, le imbarcazioni che trasportano carbone destinato a Israele vengono scortate da forze navali miste israeliane e sudafricane”. E infine: “Preliminari contatti presi con l’amministrazione americana approdarono a una risposta tiepida; vi si diceva che non si ci aspettava di vedere Israele mutare rotta”. Probabilmente gli americani si riservano di utilizzare Israele per i propri rapporti con il Sud Africa.
Ne è passato, di tempo. Il canale segreto funziona, e l’alleanza anche.
Il continente asiatico
Proviamo a tornare con la fantasia all’epoca successiva alla caduta e alla liberazione di Saigon (oggi Città Ho Chi Minh), nella primavera del 1975. Allora inneggiammo a quella vittoria. Anche in Thailandia la vittoria delle forze progressiste in Vietnam indusse una trasformazione: dopo tanti anni di dittatura militare, un nuovo governo civile avviò lentamente e timidamente un processo di democratizzazione, di liberalizzazione in favore dei contadini, degli operai e degli studenti, di lotta alla corruzione. Ma la democrazia in Thailandia ebbe vita breve. Nell’aprile del 1976 l’esercito mise in atto una controrivoluzione sanguinosa e violenta. Vennero uccisi centinaia di studenti, mentre altri si rifugiarono nelle foreste. Decine di studenti progressisti furono colpiti a morte nei giardini pubblici di Bangkok, di fronte alla folla e alle telecamere. Quelle foto comparvero sulla stampa israeliana. Subito dopo si è saputo, sempre attraverso la stampa, specie “Yediot Aharonot” e “Ma’ariv”, che arrivava in Israele una delegazione thailandese ufficiale e, qualche giorno dopo, che essa ripartiva…(censurato).
…La stampa americana, più precisa, fece sapere che erano stati concessi alla Thailandia, alla restaurata dittatura thailandese, 20.000 mitra Galil e un’imprecisato numero di Uzi. Riflettiamo un attimo sul significato politico di questo gesto. Il popolo americano, le stesse autorità politiche, erano ancora sotto il colpo della sconfitta appena subita dopo anni di guerra in Vietnam. Era poco probabile che, a meno di un anno dalla caduta di Saigon, il Congresso americano (e l’opinione pubblica americana) accettasse di fornire armi a un regime militare in un paese dell’Indocina, date le circostanze. Ma il governo israeliano, cioè — agli inizi del 1976 — la coalizione Partito Laburista-Mapam, non esitò a fornire il proprio aiuto a quella dittatura.
Facciamo un salto di due anni e passiamo all’inizio del 1978. Nel marzo di quell’anno si verificò la faccenda delle bombe lacrimogene in una scuola di Beit Jala, sulla riva destra, territorio occupato da Israele. Fu provato che il capo militare della riva destra, David Hago’el (che attualmente dirige il Ministero per l’Energia), aveva fornito al governo un resoconto falso; fu destituito dalle sue funzioni e sostituito da Beniamin Ben-Eliezer, tuttora in carica. “Ma’ariv” pubblicò i dati relativi alla carriera del nuovo comandante (5 marzo 1978). Che cosa troviamo? Questo Ufficiale superiore israeliano ha trascorso tre anni, dal 1970 al 1973, a Singapore, partecipando alla formazione militare dell’esercito. Analoghi episodi si potranno trovare qua e là in vari altri Paesi asiatici, ai quali Israele vende armi. Disponiamo di notizie ben più esaurienti per quanto riguarda l’Iran sotto lo Scià, notizie venute fuori clamorosamente al momento del crollo del regime. Per altri paesi bisogna ricorrere alla stampa estera. Mettendo insieme tutte queste notizie, ecco che cosa viene fuori.
Razzi Gabriel per Taiwan
I rapporti più stretti e di più vecchia data Israele li ha con Taiwan. Le esportazioni di armi israeliane verso questo paese sono universalmente note. “The Economist” e la stampa americana hanno ricordato vendite di razzi Gabriel, nonché la collaborazione fra Israele e Taiwan per la messa a punto di altre armi. Come abbiamo già osservato per il Sud Africa, l’alleanza tra Taiwan, Israele e il Sud Africa stesso assolve a molteplici funzioni, su scala mondiale.
I rapporti tra Israele e Singapore, di cui abbiamo fornito un esempio, sono non meno stretti, anche se più recenti. Secondo la stampa britannica, Israele inquadra diverse divisioni dell’esercito di Singapore, in particolare alcune divisioni blindate. Inoltre, dal 1976, Israele esporta armi in direzione della Thailandia. Sempre in Estremo Oriente e sempre secondo la stampa straniera, possiamo anche ricordare la Corea del Sud e le Filippine, anche se per questi Paesi ignoriamo le dimensioni della collaborazione. Di recente abbiamo avuto l’”onore” di leggere in “Al-Mishmar” (l’organo del Mapam) una serie di articoli dovuti alla penna di Tzvi Tadmor, che tessevano l’elogio del regime dittatoriale del Presidente Marcos.
Ma il Paese asiatico per il quale la stampa israeliana ci fornisce l’informazione migliore, a parte i paesi arabi, è l’Iran dello Scià. Varie relazioni hanno evidenziato il ruolo dei “consiglieri” israeliani e il modo in cui essi cercarono di provocare un intervento americano in Iran al momento del crollo dello Scià, nonché il ruolo svolto dalla lobby filoisraeliana statunitense.
La visita di Allon al capo della Savak
Cominciamo dal supplemento a “Davar”, in occasione della festa dell’Indipendenza (20 maggio 1980). Vi si trovava, presentato con rilievo, un articolo di Uri Lubrani, ambasciatore israeliano presso la corte dello Scià, intitolato: Allon alla corte dello Scià. Ebbene, sì: proprio quell’Yigal Allon che era stato il beniamino delle “colombe” del Partito Laburista, l’uomo sempre tanto apprezzato dal Mapam in qualità di progressista (si veda l’articolo del dottor Meir Pa’il in “Monitin” del marzo 1981) fu ricevuto a corte come ospite d’onore. E chi era la persona incaricata di accoglierlo? “La personalità iraniana che lo attendeva era il vice Primo Ministro Nasrallah Nassiri, giustiziato dopo la rivoluzione, il capo della Savak, il servizio segreto iraniano. L’accoglienza fu molto amichevole”.
Come nota poi l’autore dell’articolo:
Era Nassiri a ricevere le personalità israeliane e, poiché rivestiva responsabilità nella politica interna, aveva stabilito la norma che doveva essere lui per primo a incontrarsi con le alte personalità provenienti da Israele. Ciò gli attribuiva una particolare autorità per quanto riguarda i rapporti con il nostro Paese.
L’autore dell’articolo aggiunge che lo stesso Ministro iraniano degli Esteri seppe della visita di Allon solo dopo che era partito e che fu lo stesso ambasciatore israeliano ad essere incaricato di informare il Ministro degli Esteri di quella visita e dei colloqui con lo Scià. Naturalmente, va in brodo di giuggiole sulla splendida accoglienza riservata agli ospiti israeliani dal capo della Savak e a corte. Misero a loro disposizione un albergo particolare — uno dei più bei palazzi di Teheran — e i tesori che vi erano accumulati davano al visitatore l’impressione di vivere non nella realtà ma in una fiaba orientale. L’ospite più importante aveva a disposizione un intero piano dell’edificio centrale. Al piano più alto c’erano l’ambasciatore e l’assistente di Allon, mentre il resto del seguito era alloggiato in altre ali dell’albergo. E non basta. Segue la descrizione del nuovo palazzo dello Scià, dove Allon fu portato dal “collega” iraniano (non il Ministro degli Esteri, ma il maestro delle cerimonie del palazzo), che “dovette aspettare alla porta come un impiegato subalterno”, mentre Yigal Allon, l’amico del capo della Savak, era ammesso al cospetto dello Scià.
Metodi nazisti di tortura
Riflettiamo un attimo sul significato di tale incontro, dal punto di vista umano, nonché da uno specifico punto di vista ebraico. Un giornale dell’importanza del “New York Times” aveva pubblicato, prima dell’articolo di “Davar”, particolari sulle torture orribili inferte a decine di migliaia di persone dalla polizia agli ordini del caro amico di Yigal Allon e delle alte personalità israeliane; “The New York Times” rivelava inoltre che alcuni ufficiali della CIA avevano “addestrata la Savak secondo i metodi di tortura nazisti ripescati negli archivi tedeschi”. Non riporteremo qui i dettagli abbondantemente forniti da fonti iraniane e altre sulla collaborazione israeliana in questo campo. Basti il fatto che Yigal Allon ed altri, sicuramente numerosi, siano diventati intimi amici dell’uomo che dirigeva quell’organizzazione, nazista nei metodi e negli scopi, e che “Davar”, giornale dei “lavoratori israeliani”, se ne vanti e che nessuno, tra le “colombe” della sinistra sionista, alzi nemmeno un dito! Naturalmente, dopo, quando il popolo iraniano ha abbattuto il regime dello Scià, tutti i nostri giornali hanno cominciato ad inveire contro di esso, ma per quanto ricordi non si è detta neanche una parola contro Yigal Allon né contro il suo amico iraniano. Ma i rapporti israeliani con lo Scià e i suoi carnefici non si sono limitati a questo. Uri Dan ci informa (in “Ma’ariv” del 21 febbraio 1979) che, alcune settimane prima del crollo, lo Scià aveva chiesto aiuto a Moshè Dayan, l’allora Ministro degli Esteri israeliano. Dayan riferì a Begin e, dopo averne discusso, entrambi rifiutarono cortesemente, mentre invece Moshè Dayan si era incontrato un anno prima con lo Scià per riferirgli sugli accordi di Camp David. Uri Dan denuncia naturalmente il rifiuto perché auspicava si conservasse l’alleanza della fine degli anni Cinquanta, quando l’Iran, la Turchia, Israele e l’Impero di Etiopia erano uniti sotto gli auspici degli Stati Uniti. Lo Scià attribuiva grande importanza all’amicizia con Israele, perché era convinto che attraverso la rete delle comunità ebraiche nel mondo Israele avesse grande influenza sull’opinione pubblica internazionale, a partire da Washington. Per vent’anni, infatti, richiese prestazioni in tal senso a Israele. Il Ministero degli Esteri israeliano mandò giornalisti in Iran, allo scopo di migliorare l’immagine del regime dello Scià di fronte all’opinione pubblica mondiale. Allo stesso scopo, e tramite Israele, si ingaggiarono esperti americani. Ci si sarebbero aspettati risultati migliori. Lo Scià e i suoi sostenitori chiesero a più riprese a Israele di fare appello alla lobby ebraica statunitense per aiutarlo a presentare un’immagine positiva del proprio regime. Parecchie di queste richieste furono trasmesse da Gerusalemme a Henry Kissinger, allora Segretario di Stato, ma anche prima, quando era Presidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza, sotto Nixon. Lo Scià chiese inoltre a Israele di aiutarlo a convincere Carter a dimostrarsi meno ligio di fronte ai Diritti dell’uomo. “Ma neppure la lobby israeliana di Washington sarebbe riuscita a salvare l’Iran”.
L’influenza di Israele nel mondo ebraico in favore dello Scià
Bisogna fare uno sforzo per capire tutte queste cose e altri fatti dello stesso ordine: Israele, sotto il governo della coalizione e sotto quello del Likud, non solo ha mantenuto rapporti di amicizia con un regime di torturatori che ricorrevano a metodi nazisti, un regime che razziava tutte le risorse del Paese per concentrarle nella mani della famiglia reale, ma ha anche usato tutto il suo prestigio politico nei confronti del mondo ebraico al fine di promuovere e inasprire oppressione e torture.
Dopodiché, non c’è da stupirsi se in Israele si sono alzate parecchie voci a favore di un intervento americano in Iran. Nel citato supplemento a “Davar”, il comandante del fronte meridionale, il generale Dan Shomron, diceva: “Si possono liberare gli ostaggi di Teheran”. Il generale dava i seguenti consigli agli americani:
II fatto di liberarli (diceva) è più importante, in questo caso, del costo in vite umane che la cosa potrebbe costare. C’è in ballo un sistema di valori che va al di là della sorte del singolo individuo. Non abbandonare quelle persone in quel contesto rappresenta non solo un dovere morale, ma chiaramente anche un dovere politico.
E quando gli chiesero: “È una cosa fattibile tecnicamente?”, rispose: “Secondo me, sì”. In “Ma’ariv” del 16 novembre 1979, Meir Amit, deputato laburista alla Knesset, sviluppa gli stessi argomenti. Si tratta di un’intervista e Amit viene presentato come “ex capo dell’informazione nell’esercito israeliano, nonché capo del Mossad per la sicurezza e l’informazione in Israele”. Amit non si accontenta di un’”azione limitata”, come il generale Shomron, anzi la respinge. Dichiara agli Stati Uniti che “c’è una chiara opzione militare, non specificamente per liberare gli ostaggi prigionieri nell’ambasciata, ma che punta a risolvere un problema di portata ben più vasta”.
Il nuovo ordine secondo Meir Amit
Entra in ballo quella che Amit definisce “la situazione di dipendenza dell’Occidente nei riguardi del petrolio musulmano”: come gli antisemiti parlavano del “denaro ebraico”, i neonazisti parlano del “petrolio arabo” o del “petrolio musulmano”. Amit è convinto che quei paesi siano “Stati folli”, a differenza, a quanto pare, del sano equilibrio del capo della Savak! Dunque, il mondo occidentale ha bisogno di essere “guidato”, gli serve una “direzione”: “Una direzione che farà ciò che è inevitabile, ciò che va fatto”. E che cosa va fatto secondo l’ex capo del Mossad, ex insigne membro di Dash (il Movimento democratico per il cambiamento, di felice memoria, movimento ormai completamente disgregato), attuale illustre membro del Partito Laburista? Egli sostiene:
Gli Stati Uniti possono e debbono garantirsi il rifornimento di petrolio iraniano attraverso un’azione militare; devono assicurarsi il possesso di questa zona, ricca di petrolio. Gli Stati Uniti non farebbero figurare quest’azione come un’occupazione definitiva ma come una misura destinata a garantire i loro interessi a breve termine.
In risposta alla domanda: “Si tratta di un’azione difficile, complessa dal punto di vista degli Stati Uniti?”, il nostro esperto risponde:
No, non è difficile né complessa. Gli Stati Uniti possono condurre quest’operazione senza grandi difficoltà. Chi lo deciderà non potrà certo trascurare il pericolo rappresentato da una spedizione militare, ma sono convinto che se gli Stati Uniti la conducessero in porto in fretta e senza urti, l’Unione Sovietica non interverrebbe. Quest’operazione deve instaurare un “nuovo ordine” americano (abbiamo già sentito da qualche altra parte un’espressione simile nella storia recente…), al cui interno i Paesi folli dovrebbero rispettare le regole del gioco.
E chi sarebbero questi folli?
È probabile che si assista allo sviluppo, fra gli americani, di una tendenza ad assimilare lo stato iraniano, folle, e l’OLP, nel quadro più vasto dei musulmani e degli arabi del Medio Oriente, che non devono restare indefinitamente liberi di dar fastidio agli Stati Uniti e di umiliare una grande potenza come quella.
Mi sembra che, a parte il cattivo consiglio circa l’intervento e l’occupazione (da “presentare” come a “breve termine”, sul modello della “nostra” occupazione, ma in realtà a lungo termine), ci sia anche un’incitamento sistematico al razzismo. L’ex capo del Mossad vuole che gli americani (e sicuramente anche altri) odino “i musulmani e gli arabi” del Medio Oriente, e anche in un “quadro più vasto”, esattamente come i suoi predecessori volevano, predicando l’odio razziale, che gli europei odiassero gli ebrei in un “quadro più vasto”. Speriamo che Meir Amit rimanga inascoltato, anche se la storia ci ha insegnato che finché il razzismo non verrà debellato il sangue umano rischia di colare ancora in abbondanza. Pensando a tali consigli possiamo nutrire un certo ottimismo tenendo conto degli sviluppi successivi degli avvenimenti. Fin qui abbiamo parlato dei “suggerimenti” degli esperti israeliani agli americani: non solo un raid in Iran, non solo un’occupazione stabile del territorio iraniano, ma in pratica la guerra all’intero mondo musulmano. Va compreso e sottolineato come tali “suggerimenti” derivino direttamente da quelli forniti dagli esperti israeliani nell’Iran dei tempi dello Scià. Indicheremo come esempio un articolo anonimo pubblicato da “Ha’aretz” il 10 gennaio 1979: nella presentazione si diceva che l’articolo era dovuto “a un esperto israeliano, ex consigliere presso il governo iraniano”, tornato in Israele dopo la caduta della monarchia. Che cosa consigliava “I’esperto” israeliano? Diceva lui stesso che i suggerimenti forniti allo Scià e ai suoi generali potevano in sé apparire “rea-zionari e cinici”. E se ne vantava: “Sapevo che quel che suggerivo comportava l’impiego di blindati e di mitra contro le masse, che voleva dire mettere gli scioperanti di fronte ai mitra e dare carta bianca alla polizia segreta, come ai tempi della rivolta del 1963″. Ha dato quei consigli, prosegue l’articolista, perché sapeva che “il popolo iraniano non è ancora maturo per la democrazia” e ha quindi bisogno di una dittatura che, secondo il nostro esperto, “non deve essere di sinistra”. Rimpiange che non si sia trovato un “generale forte” che rivestisse il ruolo proposto.
Riflettiamo un attimo su che cosa significano queste proposte per il popolo iraniano e più ancora per la società iraniana. In primo luogo, abbiamo la prova che gli “esperti israeliani” incitavano al genocidio, alle torture, a tutto ciò che vi è di più esecrando. Sappiamo, da altre fonti, che consigli del genere vennero seguiti al momento della sollevazione popolare del 1963. Se accostiamo questo fatto alla collaborazione con il regime di Somoza, che applicò alla lettera il consiglio di “mettere gli scioperanti di fronte ai mitra” abbiamo in mano un quadro completo del ruolo effettivo dei consiglieri israeliani, dovunque si presentino.
I legami di Israele con l’Iran
Sarebbe tuttavia un errore pensare che i rapporti tra Israele e l’Iran si limitassero al suggerimento del genocidio. Accanto alle torture si sono sviluppati rapporti economici. Ad esempio, in “Ha’aretz” del 23 febbraio 1979 possiamo leggere che con “la rottura dei rapporti tra l’Iran e Israele”, Israele ha perso commesse iraniane per l’ammontare di 225 milioni di dollari per il 1978 e di circa altrettanto per il 1979. Di che commesse si trattava? Ce lo dicono numerose pubblicazioni legate all’impresa Sultam di Yaken’am, che occupava 2.000 operai. Veniamo così a sapere che gli operai di Sultam sono stati licenziati “a causa della rivoluzione iraniana” (”Ha’aretz”, 18 febbraio 1979). Veniamo anche a sapere che l’impresa appartiene al gruppo Koor, controllato dall’Histadrut, già più volte ricordato in questo scritto.
Quanto alle ripercussioni sociali dell’interruzione delle esportazioni di armi da parte di quest’azienda militare vediamo che cosa dice un articolo del direttore generale. Yakov Lior, in “The Jerusalem Post”, in data 27 marzo 1979. Esso svela tra l’altro l’enorme dimensione delle esportazioni di armi israeliane, che secondo l’autore sono di “qualità internazionale” .
Sultam esporta la sua produzione in quaranta Paesi. Fra la produzione di Sultam ci sono sistemi completi di cannoni e mortai con strumenti ottici, materiale ausiliario con relative munizioni, materiale per il sabotaggio notturno, materiale per illuminazione, bombe e granate fumogene.
Vari mesi dopo, troviamo in “Ma’ariv” del 19 novembre 1979 alcune notizie concernenti uno dei fondatori di Sultam, Shlomo Zevdelovitch, di origine finlandese. Innanzitutto, era intimo amico di Golda Meir e le metteva spesso a disposizione la sua lussuosa villa “perché vi si potesse riposare”.
Tutti sanno che Zevdelovitch è diventato, negli ultimi vent’anni, uno dei massimi produttori e venditori di armi di tutto il mondo. Fra gli altri ruoli, aveva quello di intermediario per gigantesche vendite di armi israeliane a vari paesi d’Europa, d’Asia e d’Africa, e di altre regioni.
“Ma’ariv” dice che è stato lui a fare da tramite per la vendita di armi israeliane alla Germania occidentale e, en passant, che sempre questo Zevdelovitch è uno sfuggito all’Olocausto, “il cui cuore appartiene senza riserve a Israele”. E tale suo attaccamento a Israele si è espresso nella creazione di Sultam. “Ma’ariv” scrive con soddisfazione che “l’impero dell’armamento di Zevdelovitch si è esteso al mondo intero”.
“Mangiate carne con sangue suo, alzate gli occhi ai vostri idoli, spargete sangue e sareste voi a possedere il paese? Voi vi reggete sulla vostra spada…” (Ezechiele, cap. 33, w. 25-26).
Conseguenze per la società israeliana
L’incremento dell’esportazione di armi israeliane negli ultimi anni si è ripercosso su tutti gli strati della società israeliana. Poco più di un paio di anni fa, nel 1978, stando a una notizia pubblicata da “Yediot Aharonot” del 4 gennaio 1979, il totale delle esportazioni israeliane di carattere militare ammontava “soltanto” a 425 milioni di dollari. Nel 1980 sono arrivate a 1 miliardo e 430 milioni di dollari ossia c’è stato un aumento del 341% in soli due anni. Quest’anno, il vice Ministro della Difesa, Mordechai Tzipori, ci annuncia festoso (”Ma’ariv”, 4 aprile 1981) che le esportazioni di armi raggiungeranno il valore di 2 miliardi di dollari, che corrisponde ad un aumento del 471% in tre anni. Sono cifre che colpiscono, non solo per la loro enormità, ma perché mettono in luce due processi paralleli: il ruolo svolto, in linea generale, da Israele e le profonde trasformazioni sociali che esso induce in seno alla società israeliana.
È “Ha’aretz” a insistere su quest’aspetto e a cercare di dimostrare i pericoli insiti nella formazione di una casta di ufficiali, sul modello dei Paesi latinoamericani, che ricavano una quantità smisurata di soldi e di vantaggi in natura (abitazioni, beni di consumo a prezzi modici) sempre più ragguardevoli e che hanno assegnati al loro servizio (e a quello dei familiari) dei domestici ufficialmente designati come “autisti”. Si capisce facilmente come questo vada di pari passo non solo con l’occupazione, ma anche con il ruolo che Israele si è arrogato: quello di fornitore di armi ai regimi dittatoriali della peggiore specie. Se, ad esempio, siamo venuti a sapere da fonte sicura, in una serie di articoli di Zev Shiff pubblicati in “Ha’aretz” agli inizi di giugno del 1980, che l’attuale capo di Stato Maggiore è contrario a ogni forma di sciopero in Israele, è difficile non ricollegare tale posizione a quella degli ufficiali che, stando a “Davar”, sono autorizzati a partecipare al traffico di armi con regimi quali quello di Somoza, nemico giurato degli scioperanti, o a quelle dell’esperto che consigliava al governo iraniano “di mettere gli scioperanti sotto il tiro dei mitra”. Indubbiamente, i generali che sono andati in Argentina e in Cile, gli amici del capo della Savak iraniana, non si sono limitati a dare dei consigli, ma hanno anche imparato parecchio. E ciò che hanno imparato lo applicano in primo luogo nei Territori Occupati, poi in Israele.
D’altro canto, la specializzazione d’Israele nell’esportazione di armi ha trasformato l’industria israeliana, soprattutto la metallurgia e l’elettronica. Si è avuto modo di leggere in “Davar” del 2 gennaio 1979 una notizia diffusa dal direttore delle industrie aeronautiche, Gabriel Giddur, secondo cui l’industria aeronautica israeliana compera da fabbriche metallurgiche ed elettroniche materiale per un ammortare di 1,63 miliardi di lire sterline (del 1978). Veniamo anche a sapere che circa 150 fabbriche lavorano in subappalto per l’industria aeronautica. Entrando nel sindacato degli industriali, il direttore dell’industria aeronautica “ha tranquillizzato” gli industriali, assicurando loro che “solo” il 17% dei lavoratori metallurgici e dell’elettronica in Israele lavorano per l’aeronautica; ma dice anche che tale industria copre il 20% della produzione e il 39% del prodotto totale e dell’esportazione nel settore; e, come ha lasciato capire il signor Giddur, le prestazioni dell’industria aeronautica sono una conseguenza del favore accordatele dal governo, un favore sempre crescente con l’andar del tempo, come testimoniano tutta una serie di pubblicazioni.
Ci troviamo dunque in una situazione in cui praticamente tutta l’industria metallurgica ed elettronica israeliana è integralmente — come sottolineano ogni tanto tutta una serie di articoli — “al servizio della produzione di armi e dell’esportazione di armi e sistemi di sicurezza”. Già il 7 marzo 1977 Dan Zarmi scriveva per “Ha’aretz” un articolo di estremo interesse per segnalare tale pericolo, ormai diventato realtà. Egli attirava l’attenzione sui licenziamenti che si sarebbero verificati nel primo semestre del 1977 se gli americani avessero vietato le esportazioni di aerei Kfir in Equador. Ricordiamo che Shimon Pérès ha incitato gli operai dell’industria aeronautica a manifestare davanti all’ambasciata americana con cartelli che dicevano: “Pane e lavoro”, in segno di protesta contro il divieto americano. Sappiamo inoltre che Begin, in qualche modo, è riuscito a trovare su questo un accordo con Carter, in occasione del suo primo viaggio, e che gli Stati Uniti hanno continuato a incoraggiare la produzione di apparecchi Kfir e la loro esportazione in Paesi sottoposti all’influenza americana. Dan Zarmi dice nell’articolo di cui sopra che 6.000 operai lavoravano già in un dipartimento dell’industria aeronautica e che “due terzi di essi erano addetti alla produzione di Kfir. Di questi 4.000 operai, 1.500 sarebbero stati licenziati in tronco se non si fosse raggiunto un accordo tra Israele e gli Stati Uniti”. Già nel 1976, e nella sola industria metallurgica, lasciando da parte l’elettronica, la produzione militare rappresentava il 20% della produzione complessiva di Israele e l’esportazione era “prevalentemente militare”. Ma ciò che preoccupa l’autore dell’articolo è che la produzione di materiale militare aumenta in continuazione e rapidamente. L’incremento si è manifestato soprattutto dopo la guerra del Kippur (ottobre 1973) con “l’acquisto di intere officine negli Stati Uniti ad opera delle ditte Sultam, Taas e Tadiran, e il loro trasferimento in Israele” e la messa in opera della più avanzata tecnologia americana. L’autore sottolinea come la produzione a fini militari sia molto conveniente per Israele. Un’industria metallurgica quale quella “ricreata” da questo nuovo indirizzo non corrisponde alle condizioni e ai bisogni del mercato civile e non è in grado di reggere su quel terreno alla concorrenza né all’interno del Paese né fuori.
Se va tutto “così bene” perché lamentarsi tanto? I dirigenti dell’industria militare hanno paura perché dipendono ancora da altre industrie metal-lurgiche che, finora, non sono ancora subordinate all’industria degli armamenti. Secondo l’autore, nella situazione attuale, si è sviluppato nell’industria un “vasto settore militare”, attorniato da “settori subalterni”. Si tratta di subappalti e questo non va all’autore dell’articolo. Egli propone una soluzione: l’intera industria metallurgica deve ottenere la sua fetta di torta, cioè una quota delle esportazioni militari e della preparazione di “prodotti finiti” in questo campo. A mo’ d’esempio, egli cita Tadiran, che “ha venduto intere officine per la produzione di armi all’Iran, a Singapore, al Sud Africa’”, e questo all’inizio del 1977.
Tuttavia, come abbiamo visto, l’industria e, di conseguenza, la società israeliana si sono alimentate in misura crescente del sangue di quanti si battono per la libertà. Ecco che le parole di Ezechiele “vi reggete sulla vostra spada” non si applicano soltanto ai territori occupati, ma anche a tutto ciò che riguarda le esportazioni israeliane di armi. Possa questo nostro essere un modesto contributo allo sforzo che tutti dobbiamo fare per modificare una situazione del genere.
Conclusioni - 16 giugno 1981
Questo saggio, scritto in ebraico per il pubblico israeliano, è stato poi tradotto in inglese, in francese (e ora in italiano). Vari rilevanti aspetti del problema, ovvii per un pubblico israeliano, sono stati perciò omessi. Vorrei aggiungere per il lettore non israeliano una riflessione su due aspetti essenziali del problema, che possono dar conto di come Israele possa assolvere il ruolo descritto fin qui: l’appoggio degli ebrei al di fuori di Israele e il vergognoso silenzio di tanti (ebrei e non) che si dicono di “sinistra” (negli Stati Uniti “radicali”) ma che, ogni volta che si tratta di Israele, si comportano in fondo peggio dei conservatori di destra.
Quando si parla di “ebrei fuori di Israele” va accuratamente definito il contenuto sociale del termine. Si può dire, grosso modo, che nei Paesi occidentali esistono ora due tipi di ebrei: quelli che, con maggior o minore successo, si sono inseriti nella società in cui vivono e quelli che, al margine, conducono una “vita ebraica”. Basta vedere chi frequentano, al di fuori del lavoro. Gli ebrei del primo tipo frequentano più o meno tutti, come i non ebrei della loro stessa classe sociale. I secondi cercano, non senza successo, di frequentare soltanto ebrei. In genere fanno parte di associazioni esclusivamente ebraiche, a parte le organizzazioni specifiche alle quali aderiscono per ragioni politiche o professionali. In questo, come in altri casi, ci troviamo di fronte a una comunità organizzata, facile da manipolare, cosciente del peso che ha, ma che non si identifica con quelli che si chiamano ebrei per la loro origine o per la loro religione. Di fatto, benché la religione ebraica svolga un ruolo importantissimo in questa organizzazione sociale, non fosse altro perché molte organizzazioni ebraiche si collegano alle sinagoghe, sarebbe sbagliato ritenere che in questo caso la religione sia qualcosa di diverso da un comodo pretesto. Le tendenze religiose ebraiche che si danno il nome di: “riforma”, “liberale”, “conservatrice” e che, tutte insieme, sono maggioritarie negli Stati Uniti, sono assolutamente in declino in quanto movimenti religiosi. Ma proprio per questo sono ancora più facilmente manipolabili da parte di Israele. C’è una vecchia barzelletta ebraica usata per caratterizzare un certo tipo di cristiani: “Ce ne sono di quelli che non sono sicuri che Gesù Cristo sia esistito, ma sono sicuri che gli ebrei lo abbiano ucciso”. C’è stata una svolta e la nuova barzelletta diventa: “Ci sono ebrei che non sono sicuri che Dio esista, ma sono sicuri che abbia concesso agli ebrei la terra di Israele” e, in una versione ammodernata, “che Begin parli in Suo nome”. È sicuro, comunque, che gli “ebrei organizzati” sosterranno ormai lo Stato di Israele in tutto e per tutto, incluso il profitto che esso ricava dal massacro di donne e bambini. Nei Paesi democratici — ed è un loro diritto democratico, esattamente come per i partiti nazisti o seminazisti — hanno il diritto di esprimersi: questo è il mio parere. La differenza è quella dell’atteggiamento del “grande pubblico” nei loro confronti. I nazisti e gli antisemiti hanno perso rispettabilità e credibilità e questo ridimensiona il loro potere. Un uomo di Chiesa, un politicante, uno scienziato che sostengano pubblicamente teorie antisemite ne dovranno subire, giustamente, le conseguenze, sociali e politiche. Si denuncia anche in modo molto energico il rifiuto di condannare teorie naziste antisemite. Questo perché si discutono apertamente l’antisemitismo, il nazismo e i loro pericoli, e non solo per gli ebrei. Ma nei Paesi occidentali non si discute l’atteggiamento delle autorità ebraiche che approvano le iniziative di cui abbiamo parlato, o si rifiutano di criticarle. Non si discute, non si denuncia. La situazione è quindi questa: con il suo lassismo, l’opinione pubblica occidentale incoraggia tali iniziative e, più ancora, i fautori del terrorismo e dei massacri generalizzati, se appartengono a Israele, passano per persone che “difendono i Diritti dell’uomo”, per “liberali”, per “socialisti”, mentre non si distinguono dai nazisti nel loro atteggiamento verso i salvadoregni e i palestinesi.
E un atteggiamento prevalente soprattutto nella cosiddetta “sinistra”, in senso lato. Naturalmente, non tutta la gente di sinistra si è dimostrata tanto ipocrita su questo problema, ma fra gli ipocriti si troveranno più persone di sinistra che non conservatori. Negli ambienti “di sinistra” c’è un rifiuto di discutere pubblicamente i problemi israeliani, con questa miserabile scusa avanzata in privato: “Mi dispiace che questo capiti agli ebrei, ma ho tanta simpatia per loro (o per Israele) che non ne parlerò in pubblico”. È una dimostrazione esplicita della degenerazione del grosso della sinistra. Altra prova ancora: la maggioranza degli “antistalinisti” di professione sono i peggiori al riguardo, il che dimostra che hanno semplicemente barattato il loro Stalin con un altro, uno Stalin collettivo.
Mi limiterò qui a fornire l’esempio di Tony Benn, che si pronuncia generosamente sul grosso dei problemi mondiali, ma non ha mai detto una sola parola sull’argomento del nostro saggio, neanche quando si ergeva contro il regime di Somoza o contro quello dello Scià. Per quanto ne so, non ha mai detto niente, neppure come argomento di discussione, sui rapporti tra Israele e il regime sudafricano. Ma, quel che è peggio, i suoi sostenitori non gli chiedono i motivi di questo silenzio tutt’altro che indifferente, il che in fondo equivale a un avallo dell’apartheid e delle dittature latino-americane, in certo senso a un’approvazione indiretta.
Si potrebbero fare altri esempi, mentre mi sono limitato a Benn e ai suoi estimatori solo perché mi infastidisce più di altri. Ma una cosa va detta con chiarezza: la libera discussione dei principali problemi politici costituisce la base reale di qualsiasi democrazia, in forza dell’antico principio romano di res publica: gli affari di stato sono “cosa pubblica”. Chi consente che si violi tale principio non è né “amico degli ebrei” come pretende, né amico della libertà nel proprio stesso Paese e, se è “di sinistra”, il suo crimine è ancora più grave.
Gerusalemme 17 giugno 1981

