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La Convenzione beffata: gli accordi di Oslo di Allegra Pacheco

“È chiaro che chi ha firmato questo accordo non ha mai vissuto sotto l’occupazione.
Avete trascurato il problema dei coloni e di Gerusalemme, senza nemmeno ottenere garanzie che Israele cessi di prendere iniziative nel timore che ciò possa pregiudicare l’esito finale.
E i diritti umani? Qui ci sono cittadini, un popolo che vive prigioniero, i suoi diritti vanno protetti e le sue sofferenze alleviate. Che ne è delle nostre linee rosse? Nei fatti, non viene riconosciuta né l’amministrazione della giustizia né l’integrità del territorio, e il trasferimento dell’autorità territoriale è limitato agli aspetti funzionali. Avreste dovuto fare almeno qualcosa per Gerusalemme, per gli insediamenti e per i diritti umani.
Gli obiettivi strategici vanno bene, ma conosciamo Israele e sappiamo che sfrutteranno il loro potere di occupanti fino in fondo e quando si arriverà allo status permanente, Israele avrà definitivamente modificato la situazione.”
Hanan Ashrawi ad Abu Mazen, dopo la lettura della Dichiarazione dei principi (1993).

Il processo di pace in Medio Oriente inizia ufficialmente nel 1991 con la conferenza di Madrid. Gli incontri multilaterali si svolsero sotto gli auspici dell’ex Unione Sovietica e degli Stati Uniti, con la partecipazione della Comunità europea. Sempre a Madrid, i rappresentanti di Israele e dei palestinesi dei territori occupati avviarono negoziati bilaterali per porre fine al conflitto israelo-palestinese. I colloqui si bloccarono su diverse questioni, per esempio il rifiuto di Israele di interrompere l’espansione degli insediamenti dei coloni ebrei. Nel 1993 il governo di Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina iniziarono a Oslo trattative segrete che si conclusero con una Dichiarazione dei principi (DOP, Declaration of Principles) firmata da Israele e dall’OLP sul prato davanti alla Casa Bianca nel settembre 1993.
La DOP mise fine agli incontri di Madrid e dette il via a una serie di accordi conosciuti come accordi di Oslo: nel 1994: l’accordo GazaGerico (Oslo I), nel 1995 l’accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (Oslo II o accordo di Taba), nel gennaio 1997 il Protocollo di Hebron, nell’ottobre 1998 il Memorandum di Wye River e, nel settembre 1999, il Memorandum di Sharm el Sheikn.
L’Oslo II, di gran lunga l’accordo più ampio e concreto concluso fra l’OLP e Israele, ha reso possibile il ritiro dell’esercito israeliano da sei città palestinesi in Cisgiordania (due percento dei territori), l’elezione dell’Autorità palestinese (AP) e del Consiglio legislativo palestinese, e la divisione del controllo dei territori occupati fra esercito israeliano e Autorità palestinese. Il secondo accordo di Oslo comprendeva anche accordi dettagliati e di grande complessità riguardanti i settori della sicurezza, dell’economia, della legge e della politica, nonché il coordinamento fra Autorità palestinese e Israele, dando vita nei territori al “nuovo ordinamento di Oslo”. A parte il ritiro dell’esercito israeliano, l’accordo non ha mai visto completa attuazione; le uniche due clausole a cui è stata data esecuzione sono il Protocollo di Hebron nel 1997 e l’apertura di un corridoio da Gaza alla Cisgiordania nel 1999.

Quarta convenzione di Ginevra: la legge sull’occupazione militare
Esistono vari trattati internazionali che tutelano gli individui contro le violazioni dei diritti umani, come la Convenzione sui diritti civili e politici, la Convenzione contro la tortura, la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del genocidio, ecc. Esistono inoltre specifiche norme internazionali volte alla tutela dei civili in regime di occupazione che rientrano nella Quarta convenzione di Ginevra sulla tutela dei civili in tempo di guerra (da questo momento denominata anche semplicemente “la Convenzione”).
Approvata nel 1949 da una speciale commissione sotto gli auspici della Commissione internazionale della Croce rossa (CICR), la Convenzione ha lo scopo di tutelare le popolazioni civili di zone occupate e di impedire che l’occupante apporti modifiche permanenti allo status dei territori. Le limitazioni imposte dalla Convenzione all’esercito occupante e l’insito scopo umanitario riflettevano il desiderio comune di prevenire il ripetersi delle atrocità della Seconda guerra mondiale:

Al termine della Seconda guerra mondiale, senza precedenti quanto a numero di paesi coinvolti, era evidentemente giunto il momento di rivedere le Convenzioni di Ginevra alla luce delle esperienze recenti […] Il dibattito fu dominato dall’orrore per i mali provocati dall’ultimo conflitto mondiale e dalla ferma determinazione di alleviare le sofferenze delle vittime di guerra.
(Jean S. Pictet “ICRC Commentary to the IV Geneva Convention”, 1958)

Fin dall’inizio la Convenzione è stata accolta come linea guida per la condotta delle forze armate occupanti nei confronti dei civili ed è giudicata conforme al diritto consuetudinario internazionale. Il commento ufficiale alla Convenzione, pubblicato nel 1958 a cura di Jean S. Pictet, ne dà la storia e gli intendimenti legislativi utili a “tutti coloro che […] sono chiamati ad applicare le Convenzioni di Ginevra e a tutti coloro, militari e civili, che dalle Convenzioni sono tutelati.”
In caso di occupazione militare, la popolazione civile è “apolide” e quindi soggetta alla clemenza dell’occupante. La Convenzione contiene più di cento disposizioni che proibiscono la violazione dei diritti umani, come tortura, carcerazione illegale, demolizione di case, deportazione, umiliazioni e trattamenti degradanti nei confronti della popolazione civile.
La Convenzione ha anche l’obiettivo di agevolare il ritiro delle forze di occupazione alla fine delle ostilità e di evitare qualsiasi rivendicazione dell’occupante sul territorio occupato e le sue risorse. La Convenzione proibisce all’occupante qualsiasi azione che trasformi la sua presenza da temporanea in permanente. Sono pertanto assolutamente proibiti la confisca di proprietà dei civili o l’insediamento di civili della stessa nazionalità dell’occupante nei territori occupati. Allo stesso modo, è assolutamente proibito qualsiasi accordo di pace che preveda il trasferimento della sovranità territoriale all’occupante o lo legittimizzi, oppure preveda la limitazione o l’annullamento dei diritti della popolazione occupata.
Pertanto, il rispetto della Convenzione di Ginevra è una questione nodale per i negoziatori palestinesi e le altre parti in causa, in quanto essa dà forza e legittimità alla richiesta palestinese che gli israeliani si ritirino dai territori, inficia le rivendicazioni di Israele su Gerusalemme Est e sugli altri territori, e considera gli israeliani responsabili e garanti dei diritti umani dei palestinesi.

Applicabilità della Convenzione ai territori occupati
Nel giugno 1967 le forze armate israeliane occuparono la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Il governo israeliano decise di annettere al proprio territorio Gerusalemme Est e le alture del Golan e di applicare a queste zone il diritto civile israeliano. La Cisgiordania e la Striscia di Gaza non furono annesse, ma restarono sotto l’occupazione militare israeliana.
Inizialmente le forze armate israeliane applicarono le disposizioni della Convenzione di Ginevra. Tuttavia, quando fu chiaro che questo avrebbe drasticamente limitato le possibilità di controllo e concesso ai civili palestinesi una libertà maggiore di quella che era disposto ad accordare, il governo israeliano addusse una serie di giustificazioni a sostegno del rifiuto di continuare ad applicare la Convenzione. La tesi fu sostenuta nel 1971 dal ministro della Giustizia, il generale Meir Shamgar, ex giudice militare israeliano e in seguito presidente della Corte suprema. Nell’esporre la sua tesi, Shamgar riconobbe che “la disparità dei punti di vista […] non riguardava questioni teoriche, ma le loro conseguenze politiche”.
Shamgar e altri argomentarono che, se Israele avesse applicato le risoluzioni di Ginevra, avrebbe in pratica riconosciuto anche la sovranità della Giordania e dell’Egitto su quelle zone, status non conveniente agli interessi politici israeliani. Secondo il loro punto di vista, le zone in questione erano semplici territori amministrati, status non contemplato dalla Convenzione di Ginevra. La lacuna legislativa, dissero, sarebbe stata colmata facendo ricorso sia a un vecchio e altrettanto vago regolamento dell’Aja, risalente al 1907, sia all’impegno dell’esercito israeliano che avrebbe lealmente salvaguardato gli interessi della popolazione civile palestinese.
Tempo dopo, la Corte suprema israeliana escogitò un altro argomento per opporsi all’applicabilità della Convenzione, sostenendo che nonostante l’avesse firmata e ratificata, Israele on era vincolato a osservarla perché il parlamento non aveva ancora approvato la legge per l’inserimento della Convenzione nell’ordinamento dello stato. Consapevole che la posizione di Israele era in netto contrasto con la norma di legge internazionale, in base alla quale i paesi che hanno firmato e ratificato un trattato, sono a esso vincolati, la Corte suprema affermò che avrebbe tenuto fede alle clausole umanitarie della Convenzione de facto.

La posizione della comunità internazionale
Israele è rimasto solo a sostenere la sua posizione. La comunità internazionale, senza alcuna eccezione, afferma che Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est sono territori occupati e Israele è quindi vincolato a tenere fede alle norme e alle limitazioni imposte dalla Convenzione. Centinaia di risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU e di decisioni della Commissione hanno riaffermato l’obbligo di applicare la Convenzione ai territori, posizione condivisa perfino dagli Stati Uniti. Tutte le organizzazioni umanitarie, comprese il CICR (primo firmatario della Convenzione e responsabile della sua applicazione), Amnesty International, la Commissione internazionale dei giuristi e l’organizzazione umanitaria israeliana B’tselem, giudicano vincolante la Convenzione.
La posizione internazionale è in armonia con gli intendimenti degli estensori della Convenzione: i diritti dei civili in regime di occupazione sono parte integrante della Convenzione e non possono essere oggetto di discussione. Il commento ufficiale alla Convenzione chiarisce che lo status politico del territorio occupato non può in alcun modo pregiudicare i diritti della popolazione civile e comprometterne la salvaguardia accordata dalle leggi internazionali:

I termini in questione [articolo 1 “in ogni circostanza”] stanno a significare che l’applicazione della Convenzione non è in relazione con il carattere del conflitto. Il fatto che si tratti di guerra “giusta” o “ingiusta”, di aggressione o di resistenza, che abbia come obiettivo l’occupazione del territorio o la sua annessione, non influisce in alcun modo sul trattamento che le persone tutelate [dalla Convenzione] devono ricevere.

La posizione della Corte suprema di Israele riguardo alla non applicabilità della Convenzione suscita molti dubbi. Molti esperti nel campo dei diritti umani e della relativa legislazione sostengono che, dopo cinquant’anni, la Convenzione di Ginevra è entrata a fare parte del diritto consuetudinario internazionale, fatto che la rende applicabile anche in caso di mancata ratifica. Alcuni giuristi, persino israeliani, affermano che Israele è vincolato al rispetto della Convenzione anche in assenza di ratifica, avendo presente che la Convenzione fa riferimento a situazioni che esulano dalle leggi nazionali e sono esterne al territorio di Israele, dove ovviamente le leggi nazionali dello stato israeliano non trovano applicazione. L’affermazione della Corte suprema circa l’applicazione delle “clausole umanitarie” è priva di fondamento in quanto la Convenzione è una carta umanitaria in toto. In realtà la Corte suprema non ha mai elencato quali clausole umanitarie sarebbero state applicate, rendendo la sua posizione arbitraria e inattuabile, come hanno in seguito dimostrato le sue sentenze, molte delle quali emanate proprio da Meir Shamgar.

Violazioni dei diritti umani durante l’occupazione
Dal 1967 le forze militari israeliane hanno sistematicamente violato le clausole della Quarta convenzione di Ginevra. Le associazioni umanitarie di tutto il mondo (da Amnesty International alla stessa B’tselem israeliana) e perfino il governo degli Stati Uniti, hanno emesso centinaia di dichiarazioni e di relazioni in cui denunciano le violazioni di Israele: oltre 50mila palestinesi torturati; oltre 1500 palestinesi deportati; annessione di Gerusalemme Est; costruzione di oltre 150 insediamenti ebraici; trasferimento illegale di oltre 400mila civili israeliani nei territori occupati; ripetute pene collettive, compresa la perdurante politica di chiusura iniziata nel 1993, che ha limitato la libertà di movimento del 99 percento della popolazione palestinese; demolizione di oltre ottomila case e villaggi a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; sfruttamento delle risorse naturali palestinesi, come acqua, selvaggina, vegetazione; assegnazione illegale di oltre il 70 percento dei territori occupati. Violazioni che, in maggioranza se non nella totalità dei casi, sono continuate anche durante il processo di pace di Oslo.

Applicabilità della Convenzione dopo gli accordi di Oslo
La Convenzione prevede che le sue norme vengano applicate anche dopo la fine delle ostilità e il cessate il fuoco. La Convenzione resta in vigore fino al momento in cui le forze armate occupanti non si siano completamente ritirate e non esercitino più alcun controllo sulla vita dei civili.

Articolo 6: In territorio occupato, l’applicazione della presente Convenzione cesserà un anno dopo la fine generale delle operazioni militari; la potenza occupante sarà non di meno vincolata per la durata dell’occupazione - sempre che tale potenza eserciti le funzioni di governo sul territorio di cui si tratta - al rispetto di quanto previsto dai seguenti articoli della presente Convenzione: 1-12, 27, 29-34, 47,49, 51, 52, 53, 59, 61-77, 143.

La Convenzione è piena di espressioni onnicomprensive (”si applica in tutte le circostanze” o “in ogni caso o in qualunque modo”) per sottolineare la continua e invariabile applicabilità della Convenzione nei territori occupati, anche in presenza di accordi di pace o di intese che non mettano completamente fine all’occupazione.

Articolo 8: Le persone protette non potranno in nessun caso rinunciare, parzialmente o integralmente, ai diritti loro conferiti dalla presente Convenzione e dagli speciali accordi contemplati nel precedente articolo, nel caso essi vengano stipulati.

La clausola è stata inserita per garantire protezione alla popolazione civile nel momento in cui essa non sia più necessaria, nel momento in cui l’esercito straniero si sia ritirato completamente e si sia giunti a una situazione politica stabile. Di conseguenza, fintanto che le forze armate israeliane saranno presenti nei territori occupati e controlleranno la vita della popolazione civile palestinese, la Convenzione resta in vigore, anche in presenza di accordi o intese raggiunti posteriormente.
Durante il periodo in cui venivano discussi gli accordi di Oslo, la Convenzione continuava a essere in vigore, in quanto le forze armate israeliane restavano una forza di occupazione e mantenevano il controllo su molti aspetti della vita dei palestinesi. Erano operative decine di basi militari dotate di carri armati, mezzi blindati e altri armamenti, nonché decine di posti di controllo militare su tutti i territori. I soldati israeliani e le unità speciali schierate su tutti i territori effettuarono azioni militari uccidendo più di 750 palestinesi.
L’esercito continuò a impegnare migliaia di soldati e di ufficiali israeliani nello svolgimento delle funzioni burocratiche e a tenere aperto il quartier generale dell’occupazione israeliana, la cosiddetta “Amministrazione civile”. Durante il periodo del processo di pace di Oslo, nei territori restarono in funzione anche centri di detenzione e tribunali militari che processarono migliaia di civili palestinesi sospettati di attività sediziose. Le suddette circostanze rendono poco credibile l’affermazione che Israele si è sempre limitato ad “amministrare” i territori o che gli accordi di Oslo hanno messo fine all’occupazione e quindi all’obbligo di attenersi alla Convenzione.
Infatti, l’uso della forza militare durante la seconda Intifada (carri armati, elicotteri da combattimento fabbricati negli Stati Uniti, migliaia di soldati, tiratori scelti, squadre killer) nonché il controllo totale sugli spostamenti, sulle attività commerciali e sul diritto di accesso della popolazione palestinese, facendo ricorso allo stato d’assedio e ai divieti di circolazione, rendono l’applicazione della Convenzione più necessaria che mai.

Errori di calcolo degli accordi di Oslo
Uno degli errori più gravi degli accordi di Oslo è stato non esigere da Israele l’impegno ad attenersi alla Convenzione e a mettere fine alle violazioni dei diritti umani. Gli accordi contengono solo due clausole, vaghe nei termini e diversamente interpretabili, che gli israeliani hanno sfruttato a loro favore:

Articolo 19: diritti umani e compito della legge
Israele e il Consiglio [palestinese] eserciteranno i loro poteri e adempiranno le loro responsabilità in conformità al presente accordo, tenendo presenti le direttive e i principi sui diritti umani internazionalmente accettati e la norma di legge.

Se i negoziatori palestinesi avessero ottenuto dagli israeliani l’impegno scritto ad attenersi alla Convenzione e ad astenersi da specifiche violazioni dei diritti umani, la controversia legale riguardante l’applicabilità sarebbe stata risolta. La clausola sopracitata, invece, non ha chiarito i termini della controversia e ha fatto sì che Israele potesse sostenere di non essere vincolato dalla Convenzione e di affermare che la costruzione di insediamenti, la demolizione di case e la confisca delle terre non rappresentano violazioni dei diritti umani.
A sostegno della tesi che a Oslo Israele si impegnò a porre fine alla costruzione di insediamenti e alla confisca delle terre, i palestinesi adducono le disposizioni degli accordi di Oslo che impegnano ambedue le parti a mantenere lo status quo dei territori durante l’interim:

Articolo 31:
6. In nessun caso il presente accordo pregiudicherà o prefigurerà l’esito finale dei negoziati sullo status definitivo che verranno condotti secondo le disposizioni della DOP […]
7. Nessuna delle due parti darà inizio o farà passi che possano portare alla modifica dello status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza prima dell’esito dei negoziati sullo status definitivo.
8. Le due parti considerano la Cisgiordania e la Striscia di Gaza un’unica unità territoriale, l’integrità e lo status della quale saranno mantenuti immodificati durante l’interim.

Come le clausole sui diritti umani, i commi dell’articolo 31 sono formulati in modo vago e possono essere diversamente interpretati. Per esempio, è lasciato all’immaginazione quali siano le azioni che costituiscono “modifica dello status” dei territori o una minaccia alla loro integrità quale “unica unità territoriale”. La Corte Suprema di Israele ha ripetutamente dichiarato che queste clausole non avevano lo scopo di mettere fine agli abusi israeliani. La loro ambiguità ha permesso agli israeliani di affermare che l’espansione degli insediamenti dei coloni e la costruzione di strade non violavano gli accordi, ma li attuavano. Secondo quanto riferito da Ha’aretz, è stata questa, fin dall’inizio, la posizione di Israele:

Gli accordi stipulati fra Israele e i palestinesi a partire dal 1993 non prevedono la proibizione di costruire o espandere gli insediamenti […] L’unica limitazione espressa negli accordi è che nessuna delle due parti intraprenda azioni per modificare lo status quo della Cisgiordania e di Gaza prima della discussione sullo status definitivo. Fino a quel momento […] la posizione di Israele, come affermato dai suoi leader, è che la maggior parte dei coloni debba restare dov’è.

Nei sette anni trascorsi dalla ratifica degli accordi di Oslo, Israele ha raddoppiato gli insediamenti in Cisgiordania e a Gaza, dove attualmente la popolazione ebraica raggiunge quasi le 200mila unità, mentre a Gerusalemme Est gli ebrei sono 17Omila. Secondo i dati forniti dal Centro di statistica israeliano, sono state costruite 18 330 unità abitative e migliaia di dunam [1 dunam corrisponde a 1000 m²] di terra palestinese sono state confiscate per garantire l’espansione degli insediamenti di coloni ebrei.
La prima delegazione palestinese, incaricata dei negoziati agli incontri di pace a Madrid nel 1992-1993, si rese perfettamente conto che le trattative dovevano avere come linea guida la Convenzione di Ginevra. I rappresentanti palestinesi, inoltre, intuirono quali sarebbero state le implicazioni politiche dell’ottenere un impegno esplicito da parte di Israele a mettere fine alle violazioni dei diritti umani e di riconoscere l’applicabilità della Convenzione.
L’esperienza degli anni passati sotto l’occupazione israeliana aveva fatto loro comprendere che, senza l’impegno a mettere fine alle violazioni, Israele avrebbe consolidato l’occupazione durante l’interim, rendendo praticamente impossibile un ritiro completo. Erano stati proprio gli israeliani a scegliere i negoziatori palestinesi, rifiutando di riconoscerli come delegazione indipendente e pretendendo che facessero parte della delegazione giordana. Li scelsero perché provenivano dai territori occupati e non facevano parte dell’OLP, ma questi palestinesi “locali” posero al centro dei negoziati il problema dei diritti umani, fatto che contribuì al fallimento degli incontri di Madrid. In seguito Hanan Hashravi ha così descritto gli avvenimenti:

Tutti i giorni mettevamo sul tavolo il nostro rapporto sui diritti umani e, visto che gli israeliani rifiutavano di accettarlo in forma scritta, decidemmo di leggerlo all’inizio di ogni incontro e di ogni conferenza stampa […] Continuammo a ripetere che intendevamo trattare i problemi sulla base della Quarta convenzione di Ginevra […] Continuammo a consegnare memorandum agli israeliani e agli americani su questioni come gli insediamenti dei coloni, la confisca delle terre, le deportazioni, le torture e i maltrattamenti ai prigionieri, le misure punitive di tipo amministrativo, l’applicabilità de iure della Quarta convenzione di Ginevra e della conferenza dell’Aja, le diverse forme di punizione, le esecuzioni sommarie e le attività delle unità segrete (squadre della morte), e contemporaneamente presentavamo proposte e programmi concreti. Tutta la documentazione fu ignorata […] La politica di non intervento e la posizione a favore di Israele degli Stati Uniti fecero esplodere l’esasperazione dei palestinesi e furono una delle cause che portarono ai colloqui segreti fra l’OLP e il governo israeliano.

La delegazione statunitense per la pace in Medio Oriente, capitanata da Dennis Ross, ebbe un ruolo importante nel tentare di convincere i rappresentanti palestinesi a recedere dalla decisione di discutere di diritti umani e di applicabilità della Convenzione. Nell’estate del 1993, a Madrid, gli Stati Uniti proposero perfino una bozza di dichiarazione di principio che non prevedeva alcun impegno da parte di Israele ad attenersi alla Convenzione di Ginevra e a mettere fine all’espansione degli insediamenti e alla confisca delle terre nei territori e a Gerusalemme. Il primo luglio 1993, Faisal Husseini, capo della delegazione palestinese a Madrid, dichiarò al Segretario di Stato americano, Warren Christopher, che la bozza era inaccettabile perché, a prescindere dalle omissioni, lasciava aperto il negoziato circa le rivendicazioni israeliane sui territori e su Gerusalemme, contravvenendo alla Convenzione e ai principi internazionali:

L’affermazione contenuta nella bozza secondo la quale, durante i negoziati sullo status definitivo, ciascuna delle parti ha diritto a rivendicare la sovranità territoriale, è in contrasto con la Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che comprende il principio di zona di rispetto e la non ammissibilità di appropriarsi di un territorio per mezzo di azioni belliche. La bozza omette questi e altri consolidati principi della politica americana, come i legittimi diritti politici del popolo palestinese, l’applicabilità della Quarta convenzione di Ginevra e il ritiro di Israele […] Per quanto riguarda Gerusalemme, nella lettera di assicurazione a noi consegnata, gli Stati Uniti dichiaravano di non riconoscere l’annessione israeliana di Gerusalemme Est […] Nella bozza ci viene chiesto di accettare molto meno di quanto preannunciato e di attendere l’inizio dei negoziati sullo status definitivo prima di sollevare la questione di Gerusalemme. Comprenderete che tutto questo è per noi inaccettabile, tanto più che le iniziative israeliane sul territorio condizionano sia gli accordi ad interim sia lo status definitivo, e le reiterate affermazioni dei leader politici israeliani su Gerusalemme sono in contrasto con la politica consolidata degli Stati Uniti.

Incapaci di convincere i palestinesi a rinunciare ai propri diritti, nel 1993 Israele e gli Stati Uniti riscoprirono l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Molti rappresentanti dell’OLP erano vissuti a lungo in esilio, non avevano esperienza dell’occupazione, non si rendevano quindi conto anche in mancanza di consiglieri esperti di quali fossero le interconnessioni fra violazioni dei diritti umani, Convenzione di Ginevra e programmi israeliani di espansione territoriale. Non erano ancora passati due mesi dal rifiuto opposto dai palestinesi a Madrid nei confronti della bozza presentata dagli Stati Uniti, che l’OLP stupì il mondo annunciando che a Oslo colloqui segreti con il governo di Israele avevano portato alla firma di una dichiarazione dei principi con la quale l’OLP aveva accettato ciò che la delegazione palestinese a Madrid aveva per due anni rifiutato: negoziabilità delle rivendicazioni di Israele sui territori, sulle risorse naturali e sugli insediamenti; rinvio dei negoziati su Gerusalemme fino al momento dello status definitivo; rinuncia all’obbligo di mettere fine alla costruzione e all’espansione degli insediamenti e alle violazioni dei diritti umani; e, infine, rinuncia all’obbligo di attenersi alla Convenzione. La dichiarazione dei principi rappresentò il primo passo del processo di pace di Oslo.
Quello che segue è un elenco degli errori commessi dai rappresentanti palestinesi a Oslo, errori che hanno favorito la politica israeliana di espansione degli insediamenti e di rafforzamento del controllo sui territori e su Gerusalemme Est. Conseguenza inevitabile è stato il rifiuto dei palestinesi nei confronti del processo di pace di Oslo e lo scoppio della nuova Intifada contro l’occupazione israeliana e contro i rappresentanti palestinesi che hanno negoziato gli accordi di Oslo.

1. Consenso al controllo israeliano su Gerusalemme Est
Dopo la guerra del 1967, il governo israeliano inglobò 6,5 km² di Gerusalemme Est e 64,5 km² dei territori occupati, annettendoli all’amministrazione di Gerusalemme Ovest. L’annessione, che viola la Convenzione di Ginevra, non è stata ancora riconosciuta da parecchie nazioni, Stati Uniti ed Europa compresi, che ancora considerano l’area territorio occupato.
L’articolo 47 della Convenzione dichiara: “Le persone protette che si trovano in un territorio occupato non saranno private, in alcun caso e in alcuna maniera, dei benefici derivanti dalla presente Convenzione […] né in seguito all’annessione da parte di quest’ultima [la potenza occupante] di tutto il territorio occupato o parte di esso.” II commento al testo della Convenzione chiarisce che “l’occupazione in conseguenza di una guerra, mentre si configura come effettivo possedimento, non può implicare il diritto di disporre del territorio […] una potenza occupante continua a essere vincolata ad applicare la Convenzione nella sua interezza anche quando, perdurando il conflitto, dichiara, in contrasto con le disposizioni del diritto internazionale, di aver annesso interamente o in parte un territorio occupato.” Numerosi esperti di diritto israeliani sostengono che “principio fondamentale della legge sull’occupazione di guerra è che l’occupazione come tale non si trasferisce al territorio“.
Invece di ottemperare alla proibizione espressa dalla Convenzione, i rappresentanti palestinesi hanno concordato di avviare negoziati sull’annessione di Gerusalemme Est e di rimandare la discussione al momento dello status definitivo. La decisione di rimandare la questione di Gerusalemme ha in pratica permesso che la zona Est restasse sotto il pieno e diretto controllo di Israele. Di conseguenza, durante il periodo di Oslo, la popolazione ebraica da 22mila è salita a 17Omila unità nella sola zona di Gerusalemme Est, ed è stato dato l’ordine di demolire 322 case palestinesi di cui più di novantadue a Gerusalemme Est.
All’inizio dei colloqui sullo status definitivo, i rappresentanti palestinesi non si sono attenuti alla posizione internazionale che negava a Israele ogni diritto su Gerusalemme, ma hanno accettato di discutere quali aree di Gerusalemme Est sarebbero rimaste nelle mani di Israele: con il risultato di ritrovarsi in un ginepraio tale che, per tirarsene fuori, sono stati costretti ad accettare che la Città vecchia, la cui area non raggiunge i due chilometri quadrati, fosse divisa in minuscole zone a diversa sovranità. Quando i colloqui si sono interrotti allo scoppio della nuova Intifada, i rappresentanti palestinesi avevano ormai stabilito un precedente pericoloso per il futuro status definitivo di Gerusalemme Est e degli altri territori annessi.

2. Consenso a rendere negoziabile il 60 percento della Cisgiordania
Secondo la Convenzione, un’occupazione militare ha carattere temporaneo e al suo termine l’occupante deve ritirarsi completamente dal territorio. A seguito dell’occupazione l’occupante non acquisisce alcun diritto di sovranità sulla terra o sulle sue risorse, non un centimetro del territorio occupato può essere negoziato. Ciò nonostante, negli accordi di Oslo si afferma che le rivendicazioni di Israele sulla Cisgiordania sono legittime e quindi negoziabili, togliendo in tal modo efficacia alla Convenzione e minando alla base i diritti dei civili, proprietari e aventi diritto d’uso del territorio e delle risorse naturali.
Secondo la Convenzione, la confisca massiccia fatta da Israele delle proprietà palestinesi per costruire nuovi insediamenti e nuove strade, non dà titolo a sovranità; al contrario, corrisponde a una grave violazione della Convenzione ed equivale a un crimine di guerra.

Articolo 147: Gravi violazioni […] sono considerate quelle che implicano […] la distruzione e l’appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari e attuate ricorrendo a mezzi illeciti e arbitrari.

Inoltre la Convenzione fa obbligo alle parti contraenti di arrestare e processare chiunque commetta o ordini che venga commessa una grave violazione.

Articolo 146: […] Ogni parte contraente avrà l’obbligo di perseguire le persone che si presume abbiano commesso o abbiano ordinato di commettere tali gravi violazioni e dovrà, qualunque sia la loro nazionalità, deferirle al giudizio dei propri tribunali.

In contrasto con la lettera e lo spirito della Convenzione, gli accordi di Oslo hanno avviato negoziati su oltre il 60 percento della Cisgiordania e di Gaza. L’area occupava più di 4000 km², la maggior parte dei quali costituiti da terreni agricoli; le forze armate israeliane hanno distrutto le coltivazioni per costruire insediamenti, deviazioni e piccole industrie terziste di proprietà ebraica.
In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa in tre diverse aree soggette a negoziato. Area A, totale trasferimento all’Autorità Palestinese delle questioni in materia di sicurezza e riguardanti la popolazione civile (circa il 17,2 percento entro il 2001); Area B, sotto il controllo israeliano in materia di sicurezza, sotto il controllo palestinese per le questioni riguardanti la popolazione civile (circa il 23,8 percento entro il 2001); Area C, sotto il controllo militare e civile israeliano (circa il 59 percento) e soggetta a negoziato.
Invece di incentrare gli accordi di Oslo sul completo ritiro di Israele dall’Area C, sulla richiesta di risarcimento finanziario per i miliardi di dollari di proprietà andate perdute e sulla messa in stato di accusa dei responsabili di tali ingiustificate appropriazioni e distruzioni, i negoziatori palestinesi hanno preferito voltare le spalle alle vittime dei saccheggi israeliani e hanno fatto propria la tesi che la presenza e i massicci investimenti israeliani nell’Area C rendevano legittime le rivendicazioni di Israele su quel territorio.
Ugualmente carica di conseguenze è stata la decisione palestinese di non mettere in discussione i diritti di proprietà israeliani nell’Area A e nell’Area B, diritti conquistati grazie a crimini di guerra.

Oslo II Allegato III
Articolo 22 (3): Da parte palestinese verranno rispettati i legittimi diritti israeliani (ivi comprese le società di proprietà israeliana) nei terreni siti all’interno delle aree sotto la giurisdizione territoriale del Consiglio.

Articolo 16 (3): Da parte palestinese verranno rispettati i legittimi diritti israeliani (ivi comprese le società di proprietà israeliana) nei terreni governativi e nei terreni abbandonati siti all’interno delle aree sotto la giurisdizione territoriale del Consiglio.

Da parte israeliana non esiste alcun impegno parallelo a rispettare le proprietà e i legittimi diritti dei palestinesi nell’Area C tanto che, durante gli anni del processo di Oslo, il governo israeliano si è impadronito di decine di migliaia di dunam di terra per usi non militari. Gli accordi non prevedono alcuno strumento utile a mettere fine a questi abusi che equivalgono a crimini di guerra. Un esatto quadro della situazione si è avuto durante gli ultimi giorni della presidenza Clinton, quando è stato dato atto ai negoziatori israeliani di aver fatto concessioni storiche in nome della pace, acconsentendo a restituire la Cisgiordania ai palestinesi. Non possono averla restituita perché questa terra non è mai stata loro.
3. Illegale legittimazione degli insediamenti ebraici
Faisal Husseini, che faceva parte della delegazione palestinese e che ora presiede la Società di Studi Araba, ha spiegato quale fosse uno degli obiettivi della partecipazione ai negoziati di Madrid:

I palestinesi decisero di partecipare, a precise condizioni, alla conferenza di pace di Madrid con la speranza di salvare tutto il possibile di ciò che restava della terra di Palestina, fermando l’invasione degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi sulla riva occidentale {Cisgiordania] (compresa Gerusalemme Est) e la Striscia di Gaza. La decisione aveva il duplice scopo di fermare gli insediamenti per evitare che venissero recisi i legami che univano i territori palestinesi, e di mettere fine alle iniziative israeliane tese a modificare la situazione nei territori occupati.

Con il secondo accordo di Oslo i negoziatori, accettando di lasciare in mano israeliana l’Area C, hanno perso il controllo di gran parte della Cisgiordania e quindi la possibilità di fermare l’espansione degli insediamenti ebraici. Secondo le previsioni più pessimistiche fatte dai rappresentanti palestinesi a Madrid, Israele ha utilizzato l’interim di Oslo per espandere gli insediamenti con l’intenzione di predeterminare l’esito dei negoziati sullo status definitivo.
Gli insediamenti ebraici sono stati costruiti su terreni confiscati a proprietari privati oppure a villaggi palestinesi; nonostante siano situati entro i confini delle aree palestinesi, i coloni ebrei che vi abitano sono soggetti alle leggi israeliane, godendone diritti e privilegi, situazione che dà origine a una struttura sociale molto simile all’apartheid. Per esempio, se un palestinese è arrestato all’interno di una zona dove risiede un colono ebreo, il palestinese è giudicato da un tribunale militare israeliano, mentre il colono è soggetto al tribunale civile.
L’articolo 49 della Convenzione proibisce di stabilire insediamenti nei territori occupati: “La potenza occupante non […] potrà trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato.” II commento spiega che tale proibizione aveva lo scopo di evitare il ripetersi di tattiche di comportamento attuate in Europa dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. “Allo scopo di evitare la pratica adottata durante la Seconda guerra mondiale da alcune potenze, le quali trasferivano parte della loro popolazione nei territori occupati per ragioni politiche e razziali o per, come da loro affermato, colonizzarli.”
Né la DOP né l’Oslo II contengono clausole che proibiscano e limitino la creazione o l’espansione di comunità ebraiche in Cisgiordania, rimandando la soluzione del problema al momento della discussione sullo status definitivo. Alla presentazione del secondo accordo di Oslo alla Knesset, il primo ministro Yitzhak Rabin dichiarò: “Desidero qui ricordare che di fronte alla Knesset abbiamo preso l’impegno […] che, nel quadro dell’accordo ad interim, nessun insediamento sarebbe stato smantellato né se ne sarebbe fermata la costruzione e la crescita naturale“.
Con il rinvio della questione al momento dello status definitivo, i palestinesi hanno aperto la strada alle rivendicazioni israeliane di sovranità sulla Cisgiordania, dove si trovano gli insediamenti; infatti, quando hanno avuto inizio i colloqui sullo status definitivo, gli israeliani hanno fatto richiesta di annetterli allo stato di Israele. Secondo quanto riferito dalla stampa, i negoziatori palestinesi subirono pressioni perché accettassero l’annessione che, ripetiamo, è illegale in quanto è in contrasto con il rigido divieto espresso dalla Convenzione. La nuova Intifada ha impedito che i negoziatori firmassero l’accordo.

4. Consenso alla costruzione di circonvallazioni stradali
Durante i colloqui del secondo accordo di Oslo, il governo israeliano ha chiesto di costruire alcune strade per facilitare gli spostamenti delle sue truppe. Secondo numerose testimonianze, mai smentite, l’Autorità palestinese ha dato il proprio assenso senza aver esaminato a fondo le mappe del progetto stradale che prevedeva la costruzione di una rete di quattrocento chilometri di superstrade per i coloni e che in parte era stato progettato molti anni prima. Fino a quel momento il governo israeliano non aveva mai ottenuto il consenso palestinese alla confisca di così vaste estensioni di terreno per costruire nuove strade. Con la sua firma, l’OLP ha concesso a Israele quello di cui aveva bisogno.
Nell’autunno del 1995, quando i bulldozer cominciarono a distruggere le aree agricole in ogni parte dei territori, l’Autorità palestinese espresse solo qualche timida protesta. Il 26 ottobre Abu Ala, capo della delegazione palestinese a Oslo, indisse una conferenza stampa e annunciò che il secondo accordo non prevedeva la costruzione di circonvallazioni. “Ho sempre affermato che queste strade fanno parte del programma di insediamenti e quindi mi opporrò sempre, ora e in futuro, alla loro costruzione.”
Quando, tuttavia, i giornalisti gli chiesero perché non avesse presentato una protesta ufficiale, Abu Ala si rifiutò di rispondere.
Nel mese di novembre dello stesso anno i giornali israeliani riportarono che Jamil Tarifi, capo della Commissione per gli affari interni, si era dichiarato d’accordo, a nome dell’Autorità Palestinese, nel dare il consenso al progetto di costruire le circonvallazioni stradali: Israele li aveva convinti che sospendere la costruzione delle strade avrebbe ritardato il trasferimento delle truppe israeliane dalle città in cui si sarebbe dovuta insediare l’Autorità palestinese. Tre settimane dopo, Israele iniziò a spianare circa cinquemila dunam di un vigneto tra i più belli della Cisgiordania, distruggendo un’industria secolare nella zona di Halhoul. In preda al panico, i residenti palestinesi telefonarono a Tarifi, che si trovava all’aeroporto, e lo implorarono di far intervenire l’Autorità Palestinese. Sembra che Tarifi abbia risposto: “Non ho tempo, sto per partire“.
La capitolazione palestinese sembrò una conferma della tesi israeliana che le strade erano fondamentali per il processo di pace. In risposta a una lettera sulla confisca delle terre, Itamar Rabinovich, allora ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, scrisse: “Vorrei dire che […] la ‘confisca’ delle terre […] fa parte del programma di trasferimento delle forze israeliane dalla Cisgiordania per dare inizio all’autogoverno palestinese […] In altre parole, fa parte dello sforzo di portare finalmente la pace fra Israele e i palestinesi“.
Quando alcuni proprietari palestinesi presentarono un’istanza alle autorità di occupazione e ai tribunali israeliani contro la confisca delle terre, il governo dichiarò che, con gli accordi di Oslo, l’Autorità palestinese aveva acconsentito alla costruzione delle strade e questo escludeva la possibilità che proprietari privati potessero opporsi alla confisca. Furono inutili tutti i tentativi di coinvolgere ufficialmente l’Autorità Palestinese, con grave danno alla battaglia legale, poiché gli avvocati che rappresentavano i proprietari palestinesi si ritrovarono soli. Durante un’udienza presso la Corte Suprema, all’affermazione degli avvocati che le strade erano destinate a creare una sorta di “cantoni” palestinesi, il giudice Michel Cheshin replicò infuriato: “Queste sono chiacchiere da mercato! Le sembra questo il modo di esprimersi in un tribunale? Sia serio!”.”
La distruzione di migliaia di ettari di terra palestinese allo scopo di facilitare l’insediamento illegale di coloni ebrei, rappresentò una violazione palese della Convenzione, contemplata dall’articolo 147 che la definisce crimine di guerra. Nel 1999, con il completamento della rete, si aggiunse un altro pretesto alla rivendicazione di sovranità da parte di Israele.
Ancora una volta, l’Autorità Palestinese trascurò di richiamarsi alla Convenzione per impedire la grave violazione e non fece nulla per interrompere la costruzione di strade o per sostenere le battaglie legali e l’opposizione dei contadini. Quando le strade furono completate, l’Autorità Palestinese non richiese il controllo di queste vie di comunicazione, né il risarcimento per la distruzione dei terreni coltivati, né l’incriminazione dei responsabili. Nell’autunno 2000 considerò le strade un “fatto compiuto” e passò ad altro.
Le circonvallazioni stradali formarono vere e proprie “recinzioni” collocate strategicamente intorno alla maggior parte delle aree palestinesi, interrompendone la contiguità territoriale. Durante l’Intifada le strade hanno facilitato le operazioni di assedio della città e dei villaggi, provocando danni per due miliardi dollari alla nascente economia palestinese. In conseguenza dell’assedio si è verificata anche una grave penuria di cibo tanto che, per evitare il rischio di decessi per fame, è intervenuto il World Food Program delle Nazioni unite per distribuire derrate alimentari alle famiglie della zona di Gaza.

5. Legittimazione degli insediamenti ebraici a Hebron
Anche se in base alla Convenzione di Ginevra gli insediamenti ebraici sono illegittimi, firmando il Protocollo di Hebron del gennaio 1997 l’Autorità Palestinese ne consentì la permanenza in quella città. Inoltre, in luogo di far valere la loro piena sovranità sulla zona, i palestinesi concessero alle forze militari israeliane il controllo diretto di più di un quinto del territorio. Non solo, agli israeliani fu riconosciuta anche la funzione di garantire la sicurezza nell’area intorno a Hebron e l’autorità di fermare, arrestare, interrogare, processare, imprigionare qualunque abitante di Hebron. Il Protocollo di Hebron ha diviso la città in due parti: H-1 sotto il controllo dell’Autorità palestinese, e H-2 sotto il controllo israeliano. Questa seconda zona ha una popolazione di quattrocento coloni ebrei e 4Omila civili palestinesi i quali, in conseguenza del Protocollo di Hebron, sono rimasti sotto il pieno controllo dell’occupazione militare israeliana:

Sezione 2 (b):
Israele detiene tutti i poteri e le responsabilità della sicurezza interna e dell’ordine pubblico nell’Area H-2. Inoltre, Israele continua a mantenere la responsabilità della sicurezza generale dei cittadini israeliani.
Sezione 10(b)
Nell’Area H-2, i poteri e le responsabilità civili sono trasferiti ai palestinesi, fatta eccezione di quelli riguardanti gli israeliani e le loro proprietà che continuano a essere esercitati dal governo militare israeliano.

L’Area H-2 è il prototipo dell’apartheid israeliano: coloni ebrei soggetti alle leggi civili israeliane con diritti e privilegi derivanti dall’essere cittadini israeliani e 40mila palestinesi sotto il controllo militare israeliano, fatta eccezione di alcune responsabilità civili come l’istruzione e la salute delegate all’Autorità Palestinese. Quest’ultima, non solo ha accettato la presenza dei coloni e il controllo militare israeliano su 4Omila palestinesi e le loro proprietà, ma ha impegnato le proprie forze di polizia nella protezione dei coloni fuorilegge: “Scopo dei suddetti posti di controllo è di mettere in grado la polizia palestinese […] di impedire l’accesso a persone armate e a dimostranti o altre persone che rappresentino una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico nella suddetta area [H-2] (3b)“.
In conseguenza del controllo militare israeliano gli insediamenti di coloni ebrei nell’Area H-2 sono aumentati. Durante la nuova Intifada, l’esercito israeliano ha tenuto per settimane i 4Omila residenti palestinesi sotto coprifuoco, mentre i quattrocento coloni ebrei potevano girare liberi e armati; ha anche usato gli insediamenti ebraici come base per colpire e bombardare i quartieri palestinesi dell’Area H-2.

6. Legittimazione dei limiti alla libertà di movimento
La Dichiarazione universale dei diritti umani garantisce a ogni individuo il diritto di lasciare il proprio paese e di ritornarvi. L’articolo 27 della Convenzione impone che in ogni circostanza la potenza occupante rispetti le consuetudini e i costumi delle persone tutelate, compresa la libertà di movimento, ma in conseguenza della politica di “chiusura” nei territori occupati, ai palestinesi questo diritto è negato. Questa politica, affermatasi durante il periodo di Oslo, impedisce la libera circolazione delle merci e delle persone. Le forze armate israeliane mettono in atto la politica di “chiusura” ricorrendo a espedienti di tipo burocratico come la richiesta di permessi e documenti di identità magnetici in decine di posti di controllo disseminati su tutti i territori.
Il metodo funziona a senso unico: sigilla all’interno dei territori occupati solo i palestinesi, mentre i 400mila coloni ebrei di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est hanno piena libertà di movimento, privilegi e vantaggi politici, sociali ed economici. Alla fine degli anni novanta, quando la maggior parte dei palestinesi aveva già subito sette anni di segregazione con il conseguente peggioramento delle condizioni economiche, la situazione ha fatto esplodere i tumulti contro il processo di pace di Oslo.
Durante gli anni del processo di Oslo, i governi laburisti hanno utilizzato la politica di “chiusura” per convincere che la “separazione” rappresentava il primo passo verso la nascita del doppio stato. Nell’estate 1999 lo slogan del primo ministro Ehud Barak durante la campagna elettorale era “La pace grazie alla separazione: noi qui, loro di là”. Lo slogan, affisso ovunque in città cosmopolite come Tel Aviv, somigliava più all’ideologia americana di Jim Crow o all’apartheid sudafricano che all’appello per uno stato indipendente palestinese.
La segregazione era anche giustificata con la volontà di garantire la sicurezza degli israeliani. Dopo un bombardamento, un attacco militare o durante una festività ebraica, le forze armate israeliane chiudevano il passaggio ai posti di controllo e, in un colpo solo, tre milioni di palestinesi si vedevano negata la libertà di movimento.
La Convenzione di Ginevra proibisce le misure e le punizioni collettive:

Articolo 33:
Nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non abbia commesso di persona. Sono proibite le pene collettive come le misure di intimidazione o di terrorismo […] Sono altresì proibite le rappresaglie contro le persone protette e le loro proprietà.

La chiusura dei territori ha rafforzato il controllo economico e militare di Israele sui territori e facilitato l’assedio ai villaggi e alle città palestinesi. Per entrare e uscire dai territori, a tutti i palestinesi è stato imposto l’obbligo di richiedere un lasciapassare alle autorità di pubblica sicurezza, mentre la costruzione di strade destinate ai coloni ebrei è stata funzionale all’occupazione israeliana e ha gettato le basi per la segregazione, o apartheid, frutto degli accordi di Oslo.
Dopo il secondo accordo di Oslo l’Autorità Palestinese non ha mai chiesto a Israele di mettere fine alla politica di chiusura dei territori e al controllo dei movimenti di questi tre milioni di persone. In pratica gli accordi di Oslo contengono una miriade di disposizioni macchinose che favoriscono la politica di chiusura attuata da Israele; l’Autorità Palestinese, invece di chiederne la fine, ha accettato il ruolo di intermediario fra popolazione palestinese e israeliani. Ogni richiesta di permesso per uscire dall’area, spostarsi fra Gaza e la Cisgiordania o entrare a Gerusalemme deve prima passare attraverso l’AP che la trasmette agli israeliani per l’approvazione definitiva. A tutti gli attraversamenti di confine, un funzionario israeliano è seduto dietro un vetro a specchio posto alle spalle di un funzionario palestinese che gli passa i documenti per l’approvazione prima di autorizzare il passaggio. Il funzionario israeliano è nascosto alla vista per dare un’illusoria idea di indipendenza, in realtà egli non solo ha il potere di rifiutare ai palestinesi il permesso di entrata o di uscita, ma anche di arrestarli e di trasferirli in una prigione israeliana.
La cosiddetta “strada di transito riservato” o “corridoio” (l’attraversamento fra Gaza e la Cisgiordania meridionale) è un altro esempio della rinuncia dell’Autorità palestinese al diritto di libera circolazione sancito dalla Convenzione, rinuncia che ha consentito l’attuazione di un complicato sistema di regole e limitazioni nei confronti dei palestinesi che si spostano fra Gaza e la Cisgiordania. Qualsiasi spostamento deve essere approvato dalle autorità israeliane che, ai posti di blocco, possono arrestare qualunque palestinese; inoltre, gli orari di apertura dei punti di transito sono stabiliti in base agli impegni e alle festività israeliane.
L’impegno di porre fine alla chiusura dei territori non è mai stato inserito in nessuno degli accordi di Oslo, anche perché gli alti funzionari dell’Autorità Palestinese non dovevano sottostare ad alcuna limitazione, essendo in possesso di speciali permessi che li autorizzavano a muoversi liberamente. Questa prerogativa permetteva all’Autorità Palestinese di assicurarsi il vantaggioso monopolio sulla distribuzione e la vendita di approvvigionamenti, risorse e prodotti industriali nelle zone palestinesi. Il resto della popolazione palestinese, invece, è stato vittima della politica di chiusura che ha provocato un drastico abbassamento del livello di vita e ha distrutto l’economia. Sette annidi chiusura dei territori e di limitazioni alla libertà di movimento hanno avuto come conseguenza un aumento della disoccupazione del 300 percento, un abbassamento del livello di vita e una diminuzione del 21 percento del prodotto interno lordo palestinese. Nel febbraio 2001, alcuni mesi dopo la chiusura, o meglio l’assedio, imposto dall’esercito israeliano alle aree palestinesi, secondo il World Food Program i palestinesi sono ormai una delle popolazioni più povere al mondo.

7. Legittimazione dello sfruttamento delle risorse idriche palestinesi
Sebbene una potenza occupante non abbia sovranità sulle risorse idriche dei territori occupati, dal 1967 Israele ha saccheggiato l’80 percento di quelle palestinesi. L’azienda israeliana per la distribuzione idrica, Mekoroth, ha perforato trentadue pozzi nei territori occupati, che non solo servono gli insediamenti ebraici, ma rappresentano “la principale riserva di acqua potabile per Tel Aviv, Gerusalemme e Beer Sheva, nonché la più importante fonte di rifornimento a lungo termine per il sistema idrico [nazionale]”.
L’articolo 33 della Convenzione dice: “Il saccheggio è proibito.” Secondo la definizione del dizionario il termine “saccheggio” significa “mettere a sacco, fare prede e bottino di tutto quanto è possibile, portando rovina e devastazione”.
La Convenzione permette alla potenza occupante di requisire viveri e altri generi di rifornimento, ma anche in questo caso pone alcune limitazioni:

Articolo 55: La potenza occupante non potrà requisire viveri, articoli […] che si trovano nel territorio occupato, se non per le forze e l’amministrazione d’occupazione, tenendo conto dei bisogni della popolazione civile […] la potenza occupante dovrà prendere le disposizioni necessarie affinché ogni requisizione sia risarcita secondo il suo giusto valore.

Il controllo israeliano sulla maggior parte del rifornimento idrico palestinese viene sfruttato per tenere sotto il proprio potere la popolazione.
Tale condotta, a cui si aggiunge una politica discriminatoria riguardo ai costi degli approvvigionamenti, contrasta con la lettera e lo spirito della Convenzione. Nel febbraio 2001 i palestinesi hanno denunciato che gli israeliani avevano interrotto il rifornimento di acqua alle città di Betlemme e Hebron, vale a dire a 300mila civili palestinesi. Sebbene gli insediamenti ebraici a Hebron e a Betlemme continuassero a ricevere acqua e si fosse in una stagione piovosa, il governo israeliano sostenne che alcuni pozzi erano asciutti. Per la comunità palestinese il controllo dei rifornimenti di acqua in una zona che ha sofferto per anni di siccità è diventato un problema di estrema gravità.
In base agli accordi di Oslo, il governo israeliano ha in qualche modo, seppur vago, riconosciuto ai palestinesi il diritto alle risorse idriche in Cisgiordania, ma questo diritto e la proprietà ditali risorse sono fra i punti da discutere nei colloqui per lo status definitivo.

Allegato III: Articolo 40
1. Israele riconosce i diritti dei palestinesi sulle risorse idriche in Cisgiordania. Tali diritti verranno negoziati durante i colloqui sullo status definitivo e stabiliti nell’accordo sullo status definitivo nella sezione riguardante le risorse idriche.
5. La questione della proprietà delle risorse idriche […] in Cisgiordania sarà affrontata nei negoziati sullo status definitivo.

In base alla Convenzione, la potenza occupante non ha alcun diritto sulle risorse idriche o altre risorse naturali dei territori occupati e, pertanto, non può usarle a beneficio dei propri civili e trasferirle fuori del territorio. Il fatto che gli israeliani abbiano bisogno di acqua non dà loro il diritto di appropriarsene. In base alle leggi internazionali i coloni ebrei non hanno mai avuto il diritto legittimo di risiedere nei territori occupati, né di esigere parte dell’acqua palestinese.
I negoziatori palestinesi non solo hanno sostenuto le rivendicazioni di Israele, ma hanno consentito il continuo e illimitato pompaggio dell’acqua dai pozzi palestinesi per rifornire gli insediamenti ebraici illegali di Gaza e le basi militari israeliane.
Nel contempo, i palestinesi erano obbligati a pagare all’azienda idrica israeliana il costo del rifornimento di acqua.

Allegato III Sezione 11
2. I sistemi idrici esistenti che forniscono acqua agli insediamenti e alle installazioni militari, nonché le risorse e i sistemi idrici al loro interno, continueranno a funzionare e a essere gestiti dalla Mekoroth Water Co.
4. Il Consiglio [palestinese] consentirà a che la Mekoroth rifornisca di acqua gli insediamenti di Gush Katif e di Kfar Dorom.
5. Il Consiglio pagherà alla Mekoroth il costo dell’acqua fornita da Israele e le spese effettive del servizio di rifornimento.

Nel caso di un “normale” ritiro da un territorio occupato, la potenza occupante costituirebbe una commissione congiunta per concordare la somma da pagare all’Autorità che subentra per l’approvvigionamento idrico fornito. In base agli accordi di Oslo, invece, i palestinesi hanno concesso agli israeliani i diritti sulle risorse di territori che in teoria Israele non occupava più.

8. Legittimazione delle detenzioni di palestinesi da parte di Israele
Secondo la Convenzione, dopo il ritiro, è fatto obbligo all’occupante di consegnare tutti i prigionieri alle autorità del territorio liberato.

Articolo 77: Al termine dell’occupazione, le persone protette imputate o condannate dai tribunali in territorio occupato saranno consegnate, con il fascicolo che le concerne, alle autorità del territorio liberato.

Il commento dice: “La disposizione ha grande rilevanza in quanto, in sua assenza, la potenza occupante avrebbe potuto ritirarsi portando con sé le persone internate e in tal modo aggirare la norma che proibisce la deportazione (art. 49 e 76)”.
Nel 1995, al momento del ritiro dalle città palestinesi, Israele, invece di liberare i palestinesi detenuti nelle prigioni militari, li trasferì nelle prigioni all’interno dello stato. Durante tutto il periodo del processo di Oslo, gli israeliani hanno arrestato, processato e/o imprigionato altri 13mila palestinesi. La popolazione ha molto sofferto per questo stato di cose, anche per la difficoltà delle famiglie di fare visita ai congiunti, in conseguenza della politica di chiusura che limitava l’accesso dei palestinesi in Israele.
In nessuno degli accordi di Oslo è previsto il rilascio di tutti i palestinesi prigionieri o la proibizione di deportarli nelle prigioni di Israele o di procedere a nuovi arresti. Negli accordi si parlava solo di liberazione di un certo numero di prigionieri in date non specificate; i rilasci erano definiti “misure” non vincolanti e dipendenti dai rapporti di fiducia fra le parti. L’assenza di qualunque garanzia da parte di Israele di mettere fine agli internamenti dei palestinesi permise agli israeliani di escludere dal provvedimento tutti i prigionieri arrestati dopo il 1993, in seguito dopo il settembre 1995 (data dell’Oslo II).
Uno degli aspetti più dannosi e aberranti del secondo accordo di Oslo è il consenso palestinese a dividere i prigionieri in categorie in base ai reati commessi.

Allegato VII 2(c):
Le seguenti categorie di detenuti e/o prigionieri saranno incluse nei rilasci sopra citati:
c. detenuti e/o prigionieri accusati o imprigionati per reati contro la sicurezza che non abbiano causato perdite di vite umane o lesioni gravi.

Questa clausola, poi modificata in “[che non abbiano] sangue ebreo sulle loro mani“, è stata usata dagli israeliani per giustificare il mancato rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi. In assenza di qualsiasi impegno preciso e qualsiasi programmazione in termini di tempo, i palestinesi sono stati costretti a negoziare ogni rilascio individuale. Coloro che erano detenuti per reati minori, come il lancio di pietre, avevano maggiori possibilità di essere liberati di un combattente della resistenza impegnato in attività militari. I prigionieri si sentirono umiliati e completamente abbandonati dall’Autorità palestinese, specialmente quelli i cui comandanti militari, ora funzionari superiori dell’AP, avevano accettato tali condizioni inique. Il senso di frustrazione fu all’origine degli scioperi dei prigionieri e delle manifestazioni di solidarietà di massa che si svolsero nelle strade e contribuì a indebolire il sostegno popolare agli accordi di Oslo.
Invece di negoziare il rilascio totale e l’interruzione degli arresti e delle detenzioni di palestinesi, l’accordo permise agli israeliani di usare i prigionieri politici come merce di scambio per ottenere ulteriori concessioni dai palestinesi. Prima del settembre 2000, nelle carceri israeliane erano imprigionati più di mille prigionieri; sei mesi dopo, durante la nuova Intifada, il loro numero è raddoppiato.

Come gli accordi di Oslo sono da considerare nulli secondo la Convenzione
Gli estensori della Convenzione previdero la possibilità di accordi del tipo di quelli di Oslo, al fine di proibirli:

Articolo 7:
[…] Nessuna intesa speciale potrà pregiudicare la situazione delle persone protette, come è regolata dalla presente Convenzione, né limitare i diritti che essa conferisce loro.
Articolo 47:
Le persone protette che si trovano in un territorio occupato non saranno private, in nessun caso e in nessun modo, del beneficio della presente Convenzione da […] un accordo concluso tra le autorità del territorio occupato e la potenza occupante […].

La tragica esperienza del regime di Vichy dopo l’occupazione nazista della Francia fornì ragioni più che valide agli estensori della Convenzione per scongiurare il ripetersi di situazioni del genere. Gli estensori esplicitarono il più chiaramente possibile l’intento di evitare la possibilità che la potenza occupante potesse sostenere un governo “fantoccio” autorizzato a fare accordi a scapito dei diritti dei civili dei territori occupati.

Gli accordi conclusi con le autorità del territorio occupato rappresentano un’astuzia con la quale la potenza occupante può cercare di liberarsi degli obblighi imposti dalla legge sull’occupazione; la possibilità di concludere tali accordi è quindi rigidamente limitata dall’articolo 7, paragrafo 1, e la norma generale ivi espressa è riaffermata nell’articolo 47.

La protezione dei diritti dei civili nei territori occupati è l’obiettivo primario della Convenzione di Ginevra che contiene una fitta rete di clausole per impedire che tali diritti vengano cancellati con la firma di accordi del tipo di quelli di Oslo. Il principio è chiaro: i diritti dei civili palestinesi sono protetti dalla Convenzione di Ginevra e nessuna e nessuna autorità, nemmeno l’Autorità Palestinese, ha la facoltà di rinunciarvi. Cedere la sovranità sulla terra e sulle risorse idriche, permettere la costruzione di insediamenti e di strade, accettare che i civili vengano arrestati, sono altrettante violazioni della Convenzione. Qualunque accordo o parte di accordo che tenda a raggiungere tali obiettivi è pertanto illegittimo e inapplicabile.

Tentativi di far osservare la Convenzione di Ginevra
Nel corso del processo di Oslo, le associazioni palestinesi in difesa dei diritti umani espressero la propria preoccupazione per la continua espansione degli insediamenti ebraici e la confisca delle terre per costruire strade e insediamenti, tutte operazioni previste e legittimate dagli accordi. Durante il processo di Oslo, l’Autorità palestinese non ha mai fatto alcun passo significativo per far cessare queste e altre violazioni dei diritti umani.
Le associazioni in difesa dei diritti umani, arabe e palestinesi, portarono il problema al giudizio della comunità internazionale e iniziarono la campagna affinché le disposizione della Quarta convenzione di Ginevra fossero applicate ai territori occupati. La campagna, iniziata oltre trent’anni dopo l’occupazione israeliana e durante un processo di pace, auspici gli Stati Uniti, sembrò l’unica strada per riuscire a imporre al governo israeliano di cessare le violazioni.
La campagna si incentrava sull’articolo 1 della Convenzione che affida alle parti contraenti la responsabilità di farla osservare: “Le alte parti contraenti s’impegnano a rispettare e a far rispettare la presente Convenzione in ogni circostanza”.
Con questo primo articolo, gli estensori intendevano sottolineare che senza l’osservanza attiva di ogni parte contraente, la Convenzione non avrebbe avuto efficacia. Secondo il commento:

L’uso […] dell’espressione “e a far rispettare” era, ovviamente, intenzionale: [gli estensori] intendevano sottolineare la responsabilità delle parti contraenti […]. Ne consegue, quindi, che nel caso una potenza manchi di adempiere i propri obblighi, le altre parti contraenti (neutrali, alleate o nemiche) possono e devono fare ogni sforzo per obbligarla al rispetto della Convenzione. Il corretto funzionamento del sistema di protezione previsto dalla Convenzione richiede che le Parti contraenti non si limitino ad applicare i provvedimenti, ma debbano fare quanto è in loro potere perché i principi umanitari alla base della Convenzione siano universalmente applicati […] Risulta chiaro che l’articolo 1 non è una mera formalità, ma ha forza imperativa. Va quindi interpretato alla lettera .

Lo slancio della campagna si fece più intenso mentre, parallelamente, scemava la popolarità internazionale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyhau. A un certo punto, strano a dirsi, l’OLP e l’Autorità Palestinese si unirono. L’8 febbraio 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò quasi all’unanimità (risoluzione ES 10/6) la convocazione di un incontro delle parti per studiare le misure atte a far osservare la Convenzione di Ginevra nei territori occupati.
La risoluzione fu importante soprattutto perché era la prima volta che le parti contraenti si sarebbero riunite per discutere l’adozione di metodi per far rispettare la Convenzione. L’incontro sarebbe stato di rilevanza storica non solo per la popolazione civile palestinese dei territori occupati ma anche, più in generale, per il diritto internazionale umanitario e per la riconferma dell’efficacia della Convenzione. Nabil Shaath, uno dei rappresentanti palestinesi a Oslo e ministro dell’Autorità palestinese, affermò:

Se questa convenzione può essere applicata efficacemente in un caso specifico come la Palestina, su cui esiste un consenso internazionale, allora la legge umanitaria internazionale sarà in grado di fornire protezione, non solo ai palestinesi, ma anche al resto dell’umanità che soffre a causa delle conseguenze della guerra e dell’occupazione.

Nonostante l’incontro avesse grande importanza per dare vigore alla legge internazionale, proteggere i civili palestinesi e tenere a freno le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, il governo degli Stati Uniti vi si oppose con decisione allineandosi alla posizione di Israele, secondo cui l’incontro avrebbe interferito con il processo di pace. Il governo americano esercitò pressioni sugli stati membri e sull’Autorità Palestinese affinché fermassero la convocazione dell’incontro. Le pressioni non avevano giustificazione, visto che il governo di Israele rifiutava di impegnarsi in un accordo politico con i palestinesi per mettere line alle violazioni della Convenzione nei territori. Come scrisse il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il 14 giugno 1999 in una dichiarazione per l’incontro preparatorio: “In attesa di una soluzione politica, la maniera più efficace di garantire sicurezza e protezione alla popolazione civile dei territori occupati sarebbe la piena applicazione delle clausole della Convenzione
La pressione aumentò e altre nazioni sostennero la decisione di Israele e degli Stati Uniti di fermare l’incontro. Rimasti con pochi alleati, i rappresentanti dell’Autorità Palestinese, guidati da Shaath, si arresero. Ehud Barak aveva appena sconfitto Netanyahu nelle elezioni israeliane e Stati Uniti e Israele affermarono che convocare l’incontro avrebbe affievolito le speranze di riprendere il processo di pace.
Un anonimo funzionario palestinese dichiarò: “La decisione dell’Autorità Palestinese di aggiornare a data da destinarsi la conferenza delle Nazioni unite dopo l’incontro di giovedì, è un gesto di buona volontà nei confronti del nuovo governo di Israele
Nella dichiarazione d’apertura dell’incontro, la delegazione palestinese sollecitò i partecipanti ad aggiornare la conferenza e l’incontro fu definitivamente rimandato. Il governo di Israele non prese alcun impegno ad attenersi alla Convenzione e a interrompere le violazioni dei diritti umani. Un anno dopo è esplosa l’Intifada e l’organizzazione israeliana Peace Now ha dichiarato che durante il governo Barak si era verificata la maggiore espansione degli insediamenti dal 1992.
Dopo il rinvio, Amnesty International divulgò una dichiarazione molto critica nei confronti della decisione, definendola una “abdicazione alla responsabilità”.

Amnesty International è esterrefatta per l’incontro di dieci minuti fra le alte parti contraenti della Convenzione, riunite oggi a Ginevra, che non sono riuscite a stabilire misure idonee per imporre a Israele di rispettare i suoi impegni in conformità alla Quarta convenzione di Ginevra […] È veramente una coincidenza ironica che, nel cinquantesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra, una conferenza indetta per riportare alla ribalta dell’attenzione mondiale la condizione della popolazione protetta dei territori occupati duri solo dieci minuti. La giornata odierna rappresenta una scandalosa occasione mancata di riaffermare il diritto umanitario internazionale.

Ancora una volta la dirigenza palestinese perse la possibilità di far rispettare la Convenzione e mettere fine alle violazioni dei diritti umani provocate dal processo di Oslo: insediamenti, confisca di terre, trasferimento di prigionieri, costruzione di circonvallazioni e rafforzamento del controllo di Israele su Gerusalemme. Il distacco della comunità internazionale dalle posizioni palestinesi ha decisamente indebolito l’efficacia della Convenzione e le speranze di maggiore rispetto delle leggi umanitarie internazionali.
Si può discutere quali sarebbero stati gli esiti della situazione politica se la conferenza avesse avuto luogo e ne fosse seguita un’azione della comunità internazionale volta a far rispettare la Convenzione. Nell’ottobre 2000, dopo lo scoppio dell’Intifada, la Lega Araba ha chiesto al governo svizzero, incaricato delle Convenzioni di Ginevra, di riunire i firmatari. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, marzo 2001, non si ha notizia di alcuna convocazione.

Conclusioni
La Quarta convenzione di Ginevra si prefiggeva di proteggere i diritti dei civili in un territorio occupato e di impedire alla potenza occupante di modificare lo status del territorio e della popolazione. Ciò nonostante, nel corso di trentaquattro anni di occupazione militare, nei territori palestinesi sono state commesse migliaia di violazioni dei diritti umani e apportate modifiche irreversibili nel territorio e profondi mutamenti nella composizione della popolazione. Se il governo di Israele avesse rispettato la lettera e lo spirito della Convenzione di Ginevra e non avesse trasferito quasi mezzo milione di israeliani nei territori, forse avrebbe potuto ritirarsi senza problemi e le parti sarebbero riuscite a costituire uno stato palestinese indipendente.
Molti palestinesi e molti pacifisti di ogni parte del mondo si sono fatti cullare dall’idea che gli accordi di Oslo potessero mettere fine all’occupazione israeliana e portare alla creazione di uno stato indipendente palestinese. In realtà, gli accordi hanno consentito a Israele di inserire in modo permanente nei territori postazioni militari e insediamenti di coloni, distruggendo così l’unità territoriale palestinese. L’afflusso di 400mila coloni ebrei nei territori e il collegamento della loro economia e della maggior parte delle risorse, comprese quelle idriche, a Israele, rendono a questo punto praticamente impossibili il ritiro e la separazione. Come ha recentemente dichiarato l’ex capo dei servizi di sicurezza interni israeliani, Ami Avalon, separare i territori da Israele equivarrebbe oggi a separare due gemelli siamesi provocando danni irreparabili a tutte e due le società .
Si potrebbe sostenere che è il giudizio retrospettivo a rendere tali argomentazioni così convincenti. Eppure, i diritti dei palestinesi rientravano nel testo della Convezione di Ginevra, come ben sapevano i rappresentanti palestinesi in ogni fase dei negoziati. Se l’Autorità Palestinese avesse affermato i diritti inalienabili loro conferiti dalla Convenzione ponendoli alla base dei negoziati, forse la situazione attuale sarebbe diversa.
L’indifferenza dimostrata dall’Autorità Palestinese nei confronti della legge internazionale che tutela i diritti della popolazione è un atteggiamento irresponsabile e ha contribuito alle sofferenze di tre milioni di palestinesi sotto l’occupazione israeliana. La decisione dell’AP di rinunciare ai diritti della popolazione, previsti dalla Quarta convenzione di Ginevra, è illegittima e rende inapplicabili le clausole degli accordi di Oslo. La Convenzione può ancora essere applicata nei territori e la dirigenza palestinese è ancora in tempo per riaffermare i propri diritti, tanto più che il secondo accordo di Oslo dice esplicitamente che la firma non impedisce alle due parti di riaffermare i propri diritti e le proprie rivendicazioni.

Articolo 31:
6. […] nessuna delle due parti, per aver firmato questo accordo,
avrà abdicato o rinunciato ai propri diritti, rivendicazioni e posizioni.

Sbagliano quanti affermano che l’Autorità palestinese aveva il diritto di non chiedere il rispetto della Convenzione in un accordo bilaterale. La Convenzione proibisce qualsiasi accordo che abroghi i diritti dei civili nei territori occupati; inoltre, alla fine del maggio 1999, al termine del suo mandato elettorale, l’Autorità Palestinese non aveva più alcun diritto legittimo a trattare. Il fatto che, nel maggio 1999, sia l’Autorità Palestinese sia il Consiglio Legislativo Palestinese abbiano prolungato unilateralmente i termini del loro mandato, invece di indire nuove elezioni, conferma che sapevano di non poter contare sul sostegno del loro popolo.
Uno dei risultati positivi della nuova Intifada è stato quello di frenare bruscamente il processo di Oslo, mettendo fine alle concessioni palestinesi e ai compromessi sulle leggi umanitarie internazionali. Con la sospensione degli accordi e la possibilità di uno stato palestinese indipendente ormai remota, è ora tempo di prendere in considerazione soluzioni diverse, come il modello di uno stato democratico laico che operi sulla base delle leggi internazionali e garantisca piena uguaglianza, dignità e libertà a palestinesi e israeliani. Qualunque corso politico venga intrapreso, l’esperienza di Oslo ha definitivamente chiarito che non esiste alcuna possibilità di comporre il conflitto a meno che il processo di pace non tenga conto della Convenzione di Ginevra, delle leggi internazionali e dei diritti dei palestinesi.
 

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