“Se non vi è lotta, non vi è progresso. Chi sostiene di favorire la libertà, ma disprezza le agitazioni… vuole raccogliere i
frutti senza dissodare il terreno… Il potere non concede nulla senza richieste. Non lo ha mai fatto, né lo farà mai“. Frederick Douglass, 1857
Queste parole potrebbero servire da epitaffio per le trattative di Oslo, dichiarate ufficialmente chiuse nel febbraio 2001 sia dal primo ministro israeliano Ariel Sharon, sia dal presidente americano George W. Bush. Esse sono un’accusa contro gli accordi “segreti” (o dietro la scena) fatti a Oslo, che hanno trasformato la legittima resistenza palestinese in un illegittimo “incitamento” anti-israeliano e svuotato di contenuto le richieste della prima Intifada: fine dell’occupazione israeliana e della colonizzazione della terra palestinese, realizzazione di una autodeterminazione significativa, rispetto dei diritti umani, attuazione delle risoluzioni ONU e del diritto internazionale.
Il postulato principale delle trattative di Oslo era che l’Autorità Palestinese facesse non gli interessi del proprio popolo ma il cane da guardia per la sicurezza israeliana. In base a tale accordo, Israele ha letteralmente e vigorosamente dissodato il terreno per moltiplicare i suoi insediamenti e le strade “solo ebraiche”, raddoppiando il numero dei coloni. I palestinesi hanno dovuto raccogliere l’amaro frutto della chiusura delle trattative, di una grave crisi economica, di ripetute violazioni dei diritti umani sia da parte dell’occupante (da più di trentaquattro anni) sia da parte del suo “socio per la pace”. Mentre il termine “occupato” assumeva gradualmente il senso di “disputato” e il concetto dei “due stati” quello di una potenza dominante costellata da piccole e frammentate enclave, l’esclusione delle risoluzioni ONU e del diritto internazionale dal tavolo delle trattative sembrava solo una questione di tempo, il che avrebbe screditato i capi palestinesi, obbligandoli a firmare qualsiasi cosa Israele, spalleggiata dalla superpotenza mondiale, sarebbe stata pronta a concedere.
La rivolta di settembre
L’Intifada di al-Aqsa è riuscita a far dimenticare Oslo, ma a un prezzo umano che potrebbe rivelarsi troppo alto per la popolazione. La decisione israeliana di far ricorso al blocco e allo strangolamento economico, a cecchini e tiratori scelti, a squadroni della morte clandestini, agli elicotteri d’attacco Apache e Cobra di fabbricazione americana, ai carri armati e agli altri armamenti militari contro i paesi e villaggi palestinesi, ha paralizzato la vita a tal punto che, come dice Amira Hass, giornalista di Ha’aretz, “ogni viaggio in macchina equivale a una piccola ribellione“. La mancanza di una strategia generale e di un’efficace leadership palestinese, l’incapacità di mobilitare ogni segmento della società civile e il fatto che la militarizzazione della lotta palestinese abbia dato il via libera all’intensificarsi della repressione israeliana sono campanelli d’allarme per i territori occupati e per la diaspora. Prendendo a esempio la lotta sudafricana contro l’apartheid e quella del Movimento americano per i diritti civili, Edward Said ha criticato sulle pagine di al-Ahram Weekly le carenze concettuali della leadership palestinese e ricordato ai lettori che “storicamente solo un movimento di massa che usi tattiche e strategie in grado di valorizzare l’elemento popolare ha fatto la differenza per l’occupante e/o l’oppressore“.
I limiti dell’Intifada di al-Aqsa si riassumono nella debolezza del movimento internazionale di solidarietà, altra vittima degli accordi di Oslo, specie negli USA, il luogo dove ce ne sarebbe più bisogno. Poco tempo dopo la firma della Dichiarazione dei Princìpi (1993) i tortuosi accordi e disaccordi che hanno tenuto occupati i media per più di sette anni, ho scritto le seguenti righe su Breaking the Siege, il bollettino del Middle East Justice Network: “Una soluzione che costringe i palestinesi a fungere da custodi di Israele in entità territoriali che sono, al massimo, riserve, non è affatto una soluzione. Dopo lo smantellamento dell’apartheid in Sudafrica, non dobbiamo rimanere inermi a vederlo di nuovo messo in atto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, per di più con il beneplacito dalla legittimazione internazionale“.
Allora, questo punto di vista ci attirò pungenti critiche. Siamo stati considerati irriducibili nemici della pace, incapaci di ammettere che il conflitto israelo-palestinese stava finalmente “risolvendosi” e non allineati con l’offensiva diplomatica di Arafat. Nel giro di pochi anni, non avevamo più possibilità di mettere in allarme l’opinione pubblica sulla realtà che stava rapidamente prendendo forma. “Perfino nei periodi peggiori” ha scritto Israel Shahak il 12 maggio 1995 “l’apartheid sudafricano non è stato onnicomprensivo come quanto si sta facendo in Cisgiordania e ciò che già esiste nella Striscia di Gaza“. Negli Stati Uniti, chi lo sapeva?
Nell’ottobre 2000, mentre gli esperti americani criticavano aspramente i palestinesi per il loro rifiuto di accettare la generosa “offerta” israeliana di uno stato, un editoriale dell’Observer (Gran Bretagna) vedeva le cose in modo diverso:
Se i palestinesi fossero di pelle nera, adesso Israele sarebbe uno stato paria, soggetto alle sanzioni economiche,
con gli Stati Uniti in prima fila. I suoi crescenti insediamenti in Cisgiordania sarebbero ritenuti una forma sistematica di apartheid, in cui la popolazione “indigena” può vivere solo in una piccola parte del proprio paese, in “riserve” auto-amministrate, mentre i “bianchi” monopolizzano le risorse di acqua ed elettricità. Proprio come la popolazione nera aveva accesso solo ai sobborghi degli insediamenti dei bianchi sudafricani (con poche, miserevoli, risorse), così anche il trattamento israeliano degli arabi all’interno di Israele palesemente discriminatorio per quanto concerne le spese per i loro alloggi e la loro istruzione sarebbe ritenuto scandaloso… L’indifendibile politica israeliana di apartheid deve essere condannata. Fino a quel momento, ci possono essere solo odio, diffidenza e violenza.
Purtroppo, praticamente fino al fallimento delle trattative di Oslo, sia Yasir Arafat che il governo sudafricano le hanno considerate “l’unico modo per raggiungere una pace durevole nella regione”. Dopo cinque annidi colloqui frustranti, mentre gli insediamenti continuavano a moltiplicarsi e le condizioni materiali a peggiorare, un disperato Arafat si è infine rivolto alla comunità internazionale. Durante la sua visita di stato in Sudafrica (agosto 1998), ha chiesto agli Stati Uniti, all’Unione europea e alla comunità globale di esercitare su Israele “lo stesso tipo di pressione internazionale esercitata negli ultimi anni sul regime di apartheid. Nessuno può negare il ruolo svolto dalle sanzioni economiche internazionali per obbligare il regime sudafricano a iniziare i negoziati e raggiungere una sistemazione durevole“.
L’appello di Arafat per un intervento dei governi internazionali dimostra scarsa comprensione della natura di base del movimento contro l’apartheid, che ha costretto tali governi ad adottare le sanzioni economiche. Né sembra che egli si sia reso conto del ruolo svolto dalle mobilitazioni di massa in Sudafrica e nella comunità internazionale per indurre il primo ministro sudafricano, de Klerk, a sedersi al tavolo delle trattative, e tenerlo lì. Tali mobilitazioni hanno dato all’African National Congress (ANC) la possibilità “di usare il processo negoziale per impadronirsi di teste di ponte nell’equazione di potere, e poi procedere a consolidare le forze da un nuovo punto di vantaggio” come ha detto Nelson Mandela.
Nonostante le critiche che si possono rivolgere ai compromessi fatti daIl’ANC, specie la sua capitolazione di fronte al neoliberismo economico, si deve ammettere che le numerose “teste di ponte” conquistate, culminate con le elezioni dell’aprile 1994 e la ratifica della nuova costituzione, hanno rappresentato significativi passi in avanti per il popolo sudafricano, se non altro rispetto agli appigli territoriali circoscritti conquistati dall’Autorità Palestinese. L’ANC non si è limitato a condurre negoziati “segreti”, come l’OLP. Come ha riferito Mandela alla 49ª conferenza dell’ANC (dicembre 1994), era sua intenzione “portare avanti le trattative assieme alle azioni di massa, senza dimenticare il rafforzamento delle nostre capacità militari e organizzative… Dovevamo inoltre adottare un diverso approccio verso la comunità internazionale, così che il mondo favorisse il cambiamento, consolidando le forze della democrazia nel nostro paese“.
Niente di più lontano dal modo in cui Arafat ha deciso di muoversi, ciò che un dirigente dell’OLP ha definito “l’unico gioco disponibile”. La leadership dispotica di Arafat e la corruzione dell’Autorità Palestinese hanno soffocato per anni le nascenti forze democratiche all’interno della società palestinese, con occasionali “azioni di massa” orchestrate da una o l’altra della molte forze di sicurezza palestinesi. L’Intifada di al-Aqsa guidata da al-Fatah è stata una rivolta autenticamente popolare condotta dai profughi, ma non ha permeato tutti i settori della società come la prima Intifada, e i suoi obiettivi non sono mai stati articolati con precisione. In base alla realtà di apartheid esistente, che speranze rimanevano per la soluzione dei “due stati”?
Nel 2001 la disperazione per la piega che stavano prendendo le cose si è intensificata con lo spettacolo dell’Autorità Palestinese che collabora con il governo di Barak e con la CIA per tenere in vita le trattative di Oslo, mentre contemporaneamente condanna a morte palestinesi sospettati di collaborazionismo e arresta gli attivisti islamici di un campo profughi di Gaza con la scusa di individuare i collaboratori. Secondo il Ramattan Daily, quotidiano della Striscia di Gaza, gli arresti “hanno sollevato molti interrogativi sul rapporto fra l’ANP e la popolazione e quello fra i partiti di opposizione e le istituzioni dell’ANP”. La delusione popolare per questa leadership si è intensificata quando le forze di occupazione israeliane hanno strangolato l’economia; sottratto nuove terre; distrutto case, serre e ulivi; bloccato strade usate dai palestinesi e costruito nuove strade riservate ai coloni; ucciso e ferito indisturbati civili palestinesi. In tali circostanze, non può stupire che la popolazione della parte settentrionale della Striscia di Gaza abbia rifiutato di prestare ascolto alla richiesta di trasformare in una “giornata della collera” il giorno delle elezioni israeliane.
Né sorprende che i sostenitori americani dei palestinesi non riescano a evitare la confusione che caratterizza i recenti sviluppi. Dallo scorso settembre ci sono state imponenti dimostrazioni locali, proteste universitarie o altri dibattiti a favore dei palestinesi, oltre a importanti iniziative via Internet per il diritto dei profughi al rimpatrio e contro la parzialità dei media. Tuttavia, l’assenza di un movimento di solidarietà organizzato a livello nazionale ha fatto sì che, mentre la repressione dei palestinesi viene finanziata con i soldi delle tasse americane ed effettuata con le armi americane, i principali media e i deputati del parlamento statunitense ignorano questi fatti ed esonerano Israele dalla responsabilità per il numero crescente di morti e feriti.
Quale genere di resistenza si deve sviluppare all’interno della Palestina e nella comunità internazionale, specie negli USA, se si vuole concentrare gli sforzi nella ricerca di una soluzione giusta del conflitto israelo-palestinese? Il movimento indigeno e quello internazionale contro l’apartheid sudafricano rappresentano una lezione ancora valida, un sostegno che potrebbero rivelarsi fonte di alleanze fruttuose per il lavoro da compiere.
L’esempio sudafricano
Spesso ci dimentichiamo che la resistenza indigena alla colonizzazione europea in Sudafrica si stava sviluppando da secoli. L’ANC era stato fondato fin dal 1912, un anno prima che il Native Lands Act riservasse appena il 13,6 percento delle terre sudafricane alle tribù africane, che costituivano il 75 percento della popolazione totale. Dopo che l’apartheid divenne politica ufficiale del governo (1948), la terra lasciata agli africani fu divisa in dieci riserve separate e non confinanti, o “patrie bantu”. Circa quattro milioni di africani vennero costretti a evacuare dalle “zone bianche” (spesso con un solo giorno di preavviso) e scaricati in squallide riserve, dove avrebbero esercitato fittizi diritti di “cittadinanza”. Il governo sudafricano dichiarò “nazioni indipendenti” quattro di queste riserve ed eseguì deportazioni forzate fino alla vigilia dei negoziati: nel 1987, furono insediati altrove quasi 48mila Africani.
Oggi vi è la tendenza a credere che la politica sudafricana delle riserve fosse talmente assurda che la comunità internazionale non l’avrebbe mai accettata. Ma in assenza di una costante resistenza in Sudafrica e dello sviluppo di un movimento internazionale di solidarietà significativo, sarebbe stato così? Agli occhi dell’Occidente, l’apartheid sudafricano era sia una fonte di ricchezze minerarie sia un alleato fondamentale nella guerra fredda. Come ha documentato Benjamin Beit-Hallahami, professore israeliano, gli USA sono stati a lungo collusi con l”alleanza speciale” fra Israele e Sudafrica, considerandola un baluardo contro l’Unione Sovietica e i movimenti nazionali di liberazione. Inoltre si faceva ricorso all’istruzione pubblica e alle pressioni sulle élite di governo per rendere improponibile il riconoscimento internazionale delle riserve. Tutto ciò sembra ovvio ma vale la pena ripeterlo, dal momento che oggi non si riesce a organizzare una simile campagna di educazione e protesta contro la legittimazione dell’apartheid in Palestina.
Per esempio, sembra che il presidente Arafat non si accorga che il tipo di pressioni internazionali da lui invocate durante la sua visita in Sudafrica, nel 1998, erano il culmine della resistenza organizzata in vari settori della società africana dopo la messa al bando dell’ANC, da gruppi come il Movimento della coscienza nera, il Movimento studentesco, il Fronte democratico unito (che comprendeva più di settecento organizzazioni e due milioni di iscritti), il Movimento sindacale COSATU e il Movimento democratico di massa.
Dovremmo anche ricordare l’ampiezza della lotta internazionale: a partire dagli anni cinquanta e sessanta, gruppi anti-apartheid sono sorti in molti paesi europei, e poco dopo negli USA. Rispondendo a un appello dell’ANC, tali gruppi hanno iniziato a boicottare le merci sudafricane, raccolto fondi a favore degli accusati nei processi per tradimento (1956-61), divulgato informazioni sull’apartheid mediante articoli, film, spille, canzoni, magliette, parodie, commedie, graffiti, dimostrazioni, poster, programmi scolastici ed eventi culturali, fatto pressioni sui loro governi e inviato aiuti materiali al movimento di liberazione. Gli attivisti si sono impegnati per far interrompere gli investimenti, per far approvare sanzioni, per gli embarghi commerciali e per il boicottaggio popolare dei prodotti sudafricani, nonché per la liberazione di Nelson Mandela e di tutti i prigionieri politici. I dirigenti di un comitato statunitense (Congressional Black Caucus) hanno dimostrato davanti all’ambasciata sudafricana (diversamente da quanto hanno fatto ventuno membri dello stesso comitato, che hanno appoggiato la Risoluzione 426 della Camera dei deputati, del 24 ottobre 2000, in cui si assolve Israele per le violenze in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza). Un embargo vincolante sulle armi proposto dagli USA, un deliberato embargo petrolifero, il boicottaggio culturale, quello sportivo e i tentativi di isolare economicamente il Sudafrica hanno rafforzato le pressioni. Gli scolari boicottavano la Coca-Cola e la Kellogg a causa dei legami di queste aziende con il Sudafrica. I lavoratori portuali di alcune città si rifiutavano di scaricare le navi provenienti dal Sudafrica e i lavoratori degli aeroporti rifiutavano di scaricare gli aerei. Mentre si portavano avanti le trattative, venne mantenuto questo apparato di solidarietà internazionale. Anzi, è stato perfino intensificato, specie con la richiesta di sanzioni più gravi e con la campagna “Votate per la democrazia”, che in pratica proseguiva la lotta iniziata nel 1955 per la Freedom Charter (Statuto delle libertà): un voto per ogni persona in un Sudafrica unificato e basato sulla parità razziale.
Spesso si dà per scontato che sia impossibile organizzare questo tipo di movimento di base per i diritti palestinesi a causa della forza della lobby filo-israeliana e delle tattiche intransigenti usate per far tacere le altre voci. In effetti, gli afrikaner non potevano tirare in ballo l’olocausto per giustificare le loro azioni (anche se avrebbero potuto affermare di essere stati vittime dei campi di concentramento degli inglesi durante la guerra anglo-boera). Ciò nonostante, chiunque abbia lavorato negli USA per la solidarietà con i palestinesi sa fino a che punto possa essere convincente la storia palestinese e quanto sia relativamente facile contro-informare l’opinione pubblica, malgrado la massiccia propaganda a favore di Israele che viene solitamente diffusa. Negli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta, alcuni sondaggi hanno rilevato una rapporto di due a uno fra gli americani che si opponevano agli aiuti militari a favore di Israele e sostenevano l’idea di uno stato palestinese separato. Alla fine degli anni ottanta, le immagini dell’Intifada hanno creato in tutto il mondo, USA inclusi, una ventata di simpatia per i palestinesi. Sfortunatamente, la possibilità di divulgare questi fatti e di attivare il favore latente per la causa palestinese è stata in gran parte vanificata dall’azione dell’OLP.
Scrivendo nel 1984, il giornalista inglese James Adams sosteneva che “le campagne contro Israele e Sudafrica nelle Nazioni unite e altrove si fanno ogni giorno più feroci. Nella concezione di molte persone, l’apartheid e la politica israeliana contro i palestinesi sono diventati sinonimi“. Le osservazioni di Adams si fondavano su quanto stava avvenendo in Europa. Come sempre, il livello di comprensione americano era molto inferiore. Il Middle East Justice Network, organizzazione con base nel Massachusetts, ha tenuto nel 1989 e nel 1991 conferenze internazionali per mettere in risalto i parallelismi e i collegamenti fra Israele e Sudafrica, portando alcune delegazioni di attivisti contro l’apartheid a Gaza e in Cisgiordania. Nonostante fossero abituati alle condizioni sudafricane sotto lo Stato di emergenza, tutti sono stati sconvolti dall’intensa repressione nei territori.
Ma queste erano attività isolate. Mentre in Sudafrica veniva smantellato l’apartheid, e al contrario veniva consolidato in Palestina, non c’è stata nessuna “campagna intensa”, forse solo qualche barlume di riconoscimento degli ovvi parallelismi esistenti.
Edward Said ha spiegato perché si sia verificato ciò in parecchi saggi, fra cui Decolonizing the Mind (1994) e Strategies of Hope (1997). Said mette in contrasto l’importanza cruciale attribuita dall’ANC al sostegno di base internazionale con l’approccio degli attivisti e intellettuali palestinesi e dei dirigenti dell’OLP. Questi ultimi hanno preferito corteggiare i politici “esperti” e influenti anziché “perdere tempo” a creare un movimento di base. Per loro al di fuori di Washington non contava nient’altro. Questa miopia fatale e l’ignoranza circa il funzionamento della società civile occidentale, specie negli USA, ha permesso a Israele di violare i diritti dei palestinesi, di confiscare la loro terra, di moltiplicare gli insediamenti dei coloni e le strade di collegamento, di ridurre i territori in riserve; tutto ciò nella più totale impunità.
Prendendo in esame il fronte della solidarietà che esisteva una decina di anni fa negli USA, esso era poco sviluppato, aveva scarsi finanziamenti e talora era minato alla base dalla divisione in fazioni (al-Fatah contro il Fronte popolare per la liberazione della Palestina) all’interno della società palestinese-americana. Così, il suo operato aveva un impatto limitato e conseguenze minime. A eccezione del periodo di preparazione della guerra del Golfo, sono stati fatti pochi tentativi per stringere alleanze operative con gruppi che non fossero esclusivamente focalizzati sul problema palestinese.
Volendo rifondare l’attivismo, quali lezioni possiamo trarre oggi dall’esempio sudafricano? A mio avviso, per quanto tardi, non lo è troppo per iniziare a costruire su ciò che ha conseguito finora il movimento progressista, il quale ha creato ovunque potenziali alleati per opporsi all’apartheid, alle riserve, alle deportazioni, alle demolizioni di case, al razzismo, alla tortura e alle altre violazioni dei diritti umani. Dobbiamo formare nuove alleanze operative e fare affidamento sulle strategie del movimento anti-apartheid per determinare cosa possa funzionare nel contesto palestinese. Un primo passo in tale direzione è stato compiuto all’University of California (Berkeley), ai primi di febbraio 2001, quando in un dibattito intitolato “Apartheid allora, apartheid adesso” è stato preso in esame il “blocco” (degli investimenti) come strumento contro le violazioni dei diritti umani in Palestina. Gli organizzatori hanno sottolineato che le campagne degli anni ottanta contro l’apartheid sudafricano indussero i membri del consiglio di amministrazione dell’Università della California a sottoscrivere una Dichiarazione di princìpi in base alla quale si negano gli investimenti in tutti i paesi che violano i diritti umani garantiti dal diritto internazionale; tuttavia, ancora oggi il 7 percento dei fondi di tale università (cinque miliardi di dollari) viene investito nell’economia israeliana.
L’esempio sudafricano dimostra l’importanza di avere uno scopo chiaro, senza insistere necessariamente su determinati obiettivi, ma articolando una visione della nuova società che possa impegnare la popolazione e formare la base per un’opera di solidarietà internazionale. Lo Statuto delle libertà sudafricano ha consentito agli attivisti contro l’apartheid di emergere come portatori di alte esigenze etiche. L’obiettivo era un voto per ogni persona in un Sudafrica razzialmente paritario. Su questo non si potevano fare compromessi. L’articolazione della visione di una società del futuro, non più deformata dall’apartheid, è culminata nel sollecitare più di un milione di richieste da rivolgere all’Assemblea costituente che, a sua volta, ha distribuito circa quattro milioni di copie della prima stesura della nuova costituzione, nelle undici lingue ufficiali del paese, per richiedere un commento, accompagnate da spiegazioni per gli alfabetizzati e per gli analfabeti.
Paragonate tutto questo ai negoziati israelo-palestinesi: un “processo” che non ha portato a obiettivi comprensibili e a nessun coinvolgimento popolare, se non alla prospettiva di infiniti cedimenti e compromessi e al pio desiderio di uno stato palestinese, senza alcuna analisi di come potrebbe essere tale stato e di quali poteri dovrebbe avere. In assenza di strutture democratiche e di una grande mobilitazione di supporto, dentro e fuori la Palestina, qualsiasi “stato” su cui sarebbe d’accordo Israele non potrà soddisfare le aspirazioni del popolo palestinese.
L’esempio del movimento americano per i diritti civili
Come possono i palestinesi e i loro sostenitori internazionali scrollarsi di dosso il disfattismo generato dal fallimento degli accordi di Oslo e continuare a lavorare a un movimento di resistenza? Possiamo imparare certe lezioni anche dalla lotta degli afro-americani negli anni cinquanta e sessanta. Ogni estate porto un gruppo di ragazzi negli stati meridionali degli USA per far rilevare come non sia ancora “finito” il lavoro del movimento, sia nella fase dei diritti civili che in quella del potere nero. Così, ci rendiamo conto dei punti di forza e dei limiti delle tecniche di disubbidienza civile, del boicottaggio economico e delle altre forme di azione diretta non violenta usate dagli attivisti.
Scopriamo la miopia degli obiettivi perseguiti nella fase del movimento caratterizzata dalla lotta per i diritti civili, che in effetti riuscì a porre termine alla segregazione legale e a ottenere il voto per gli afro-americani, ma lasciò intatta la gerarchia razziale e non intaccò minimamente i poteri economici. Che vantaggio c’è, si chiedeva alla fine King, nel potersi sedere al ristorante vicino ai bianchi se non ci si può permettere di comprare un hamburger? La stessa domanda vale ancora oggi per il Sudafrica.
Il Movimento si dissolse prima di poter compiere i grandi passi in avanti verso la ristrutturazione economica che stavano progettando negli ultimi anni della loro vita sia King sia Malcorn X. Hollis Watkins, ex membro del Coordinamento studentesco nonviolento, ci ha accompagnato in Sudafrica, nel 1996, e ha spiegato perché all’epoca non si produssero i cambiamenti durevoli che avrebbero trasformato l’ordine socioeconomico statunitense: “Ci siamo mobilitati, ma non organizzati“.
Organizzarsi, però, significa molto più che portare la gente a manifestare in piazza. Implica l’accurata commistione di tattiche e strategie, richiede dettagliate indagini dei problemi e la pianificazione delle azioni successive per consolidare i progressi e permettere un’azione graduale verso la realizzazione di obiettivi a lungo termine. Organizzarsi significa inoltre soppesare i costi di certe azioni, in modo che la popolazione non debba compiere maggiori sacrifici di quanti ne possa ragionevolmente tollerare.
La repressione israeliana della prima e della seconda Intifada ci insegna che non è detto che le tattiche di azione diretta non violenta, le stesse che hanno avuto successo negli USA degli anni cinquanta e sessanta, funzionino anche nei territori occupati. Nel 1965, furono usati bastoni e gas lacrimogeni contro gli uomini, le donne e i bambini che cercavano di marciare da Selma a Montgomery. Ma contro gli studenti di Soweto che protestavano per l’istruzione bantu venne aperto il fuoco, come contro i cosiddetti “bambini delle pietre” che dimostravano contro l’occupazione. Se la comunità internazionale non riesce a organizzarsi, la disubbidienza civile a Gaza e in Cisgiordania ha poche probabilità di avere successo. Dobbiamo impiegare tutte le risorse a nostra disposizione per richiamare l’attenzione mondiale sulla situazione nei territori e massimizzare le pressioni su Israele e sul governo statunitense: non per un’unica grande azione, ma giorno per giorno e, se necessario, anno dopo anno.
Tanto per cominciare possiamo farci coraggio prendendo esempio dal movimento per i diritti civili: sembra che, all’epoca, le riunioni di massa non fossero così di “massa”. Spesso erano coinvolte solo una decina di persone, forse meno. E la leadership di base non era molto numerosa. Nei suoi cinque anni di vita, il Coordinamento studentesco nonviolento ha avuto al massimo qualche centinaio di organizzatori e operatori sul campo. Ci è stato detto che l’attivismo sembrava spesso incredibilmente lento e scoraggiante, poco appariscente nonostante i mesi di tentativi porta a porta per spingere la gente a vincere le proprie paure e a impegnarsi. Ma una manciata di attivisti è stata abbastanza tenace da proseguire il lavoro malgrado i diffusi timori, le violenze e le intimidazioni, riuscendo infine a conseguire gli scopi immediati.
Andare avanti
Noi della comunità internazionale che ci impegniamo per la causa palestinese possiamo essere confortati dall’esempio del movimento. Non dobbiamo farci paralizzare dal fatto di essere pochi e dispersi, dall’autoritarismo di Arafat e dalla confusione che circonda l’Intifada di al-Aqsa, anzi, dovremmo agire sulla situazione, sfruttando tutte le occasioni per dissodare e seminare il terreno. Per costruire un nuovo movimento occorre riconoscere le bugie, gli errori e i tranelli, cose che l’esempio delle lotte passate potrà aiutarci a fare. Ci vuole inoltre il tipo di verità che ebbe il coraggio di enunciare Mandela il 27 febbraio 1990 quando, subito dopo la sua liberazione dal carcere, abbracciò Arafat all’aeroporto di Lusaka, nello Zambia. Durante la conferenza stampa, Mandela mise l’accento sulla somiglianza fra la lotta dell’ANC e quella dell’OLP, aggiungendo: “E un peccato se la verità allontana la potente comunità ebraica del Sudafrica … Ci aspettiamo che chiunque esplori la possibilità di soluzioni durevoli sappia affrontare direttamente la verità”.
Dobbiamo organizzarci per un lavoro duro e lungo, recuperando il tempo perso. Non importa se i segnali provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania sono poco chiari: sappiamo che vi sono elementi che possono essere la base per un attivismo rinnovato.
In primo luogo, è evidente che ci sarà una pace durevole finché non verrà riconosciuto il diritto al rimpatrio dei palestinesi, con la restituzione delle terre e delle proprietà. Quattro milioni di persone, il diritto internazionale e le risoluzioni ONU non possono sparire perché Israele rifiuta di riconoscerli. Nella prima Intifada il caso dei profughi non è stato messo adeguatamente in primo piano come richiesta irrinunciabile. Ora invece dobbiamo renderlo parte integrante della nostra opera di organizzazione, attingendo all’eccellente materiale fornito da Salman Abu Sitta e da altri. È inoltre necessario trovare il modo di approfondire i contatti con i palestinesi che vivono nei campi, di modo che le loro voci siano ascoltate meglio in tutto l’Occidente.
In secondo luogo, in quanto contribuenti fiscali americani, sappiamo di avere una responsabilità diretta per l’occupazione israeliana dei territori e la continua violazione dei diritti dei palestinesi. Nel maggio 1989, i settecento delegati del Concilio mondiale delle chiese per le missioni e l’evangelizzazione internazionale, riuniti a San Antonio, Texas, hanno definito la prima Intifada “una lotta di liberazione che sta trasformando i palestinesi da vittime a costruttori del proprio destino“. Il documento finale della conferenza chiedeva alle chiese americane di “pretendere dal loro governo che fosse negata ogni forma di aiuto militare ed economico allo Stato di Israele fino al riconoscimento e all’attuazione dei legittimi diritti dei palestinesi”. Al contrario, negli ultimi dieci anni i nostri soldi sono serviti per perpetuare una terribile ingiustizia e le nostre armi per uccidere e mutilare migliaia di individui. Dobbiamo quindi far sapere a tutti gli americani a cosa servono le tasse che pagano, incoraggiandoli a unirsi alle campagne che vogliono porre fine a tale uso.
Infine, dobbiamo imparare dall’esempio del Sudafrica a creare un potente movimento di base contro l’apartheid. Abbiamo combattuto per smantellare l’apartheid sudafricano solo per assistere inermi mentre viene strutturato un nuovo sistema di segregazione nel territorio israelo-palestinese? Se i palestinesi possono iniettare nuova linfa alla loro rivolta con una serie di obiettivi concreti che mostrano al mondo il loro rifiuto a barattare l’effettiva sovranità nazionale con riserve disperse, se sapranno accettare la democrazia come strategia di liberazione, sia personale che nazionale, se i loro sostenitori internazionali sapranno svolgere il lavoro di base che consiste nell’attivismo e nella divulgazione, allora si creerà una “domanda” a cui Israele non potrà resistere. Questo è il compito che ci attende.

